L’irritazione delle ambasciate europee a Pechino dopo la censura della loro lettera

Una donna sfoglia il China Daily. [EPA-EFE/NYEIN CHAN NAING]

Il China Daily, l’organo ufficiale del partito comunista al potere nel Paese, ha pubblicato mercoledì una lettera degli ambasciatori dell’Unione Europea in Cina che auspicava una maggiore cooperazione con Pechino, in controtendenza rispetto alle reazioni della Presidenza degli Stati Uniti che nel scorse settimane ha apertamente accusato Pechino di aver prodotto il Covid-19 nel laboratorio di Wuhan e ha deciso di tagliare i fondi all’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

La lettera era stata inviata in occasione della ricorrenza del 45esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra l’Ue e la Cina, istituite il 6 maggio 1975, “una pietra miliare importante in una relazione sempre più importante tra la nostra Unione di 27 Stati europei e la Cina”.

I temi affrontati nel testo sono cruciali. Si parlava della necessità di maggiori scambi commerciali e investimenti da entrambe le parti, ma anche della necessità di colorare di verde la ripresa: “Uno stretto partenariato tra la Cina e l’Ue è fondamentale per il successo degli sforzi climatici globali. Sia l’Ue, sia la Cina devono aprire la strada assumendo impegni ambiziosi sui cambiamenti climatici entro la fine di quest’anno. Il mondo inizialmente ha affrontato la crisi in modo non coordinato. Ora è chiaro che l’unica via d’uscita è insieme. E questo vale anche per le molte altre aree in cui il mondo ha bisogno della cooperazione di Europa e Cina, come l’azione per il clima, la pace e la sicurezza, lo sviluppo sostenibile e il mantenimento dell’ordine globale multilaterale”. 

Una mano tesa nelle relazioni diplomatiche, dunque. Qualcosa però deve essere andato storto, non solo nei rapporti con il gigante asiatico, come riportato da diversi giornali, ma soprattutto tra le istituzioni europee e le Ambasciate dei paesi membri a Pechino. 

Andiamo per ordine. 

Il Financial Times per primo ha pubblicato la notizia della censura di una parte della lettera sul China Daily, e nello specifico di una parte dove c’era il riferimento allo “scoppio del coronavirus in Cina e alla sua successiva diffusione su scala mondiale”.  Una frase che la Cina non ha evidentemente gradito, forse anche a causa del concreto pericolo di alimentare una narrazione rancorosa (e non una semplice presa d’atto) verso la versione di Trump sulle responsabilità cinesi nella pandemia. Una vicenda, obiettivamente, ancora tutta da chiarire.

Politico.eu ha poi rivelato altri dettagli di questo incidente diplomatico, citando “un portavoce del servizio di azione esterna della Ue che si è rammaricato che la lettera originale non sia stata pubblicata integralmente dal China Daily” e ha “osservato che non poteva essere pubblicata senza il via libera del ministero degli Esteri cinese”. Se la delegazione dell’UE ha deciso comunque di procedere con la pubblicazione della lettera ritenendo importante comunicare messaggi chiave sulle priorità politiche dell’UE, diversi Stati membri, tra cui Francia, Germania e Italia, hanno invece fatto notare la censura e hanno dunque pubblicato la versione “non censurata”. Linas Linkevicius, ministro degli Esteri lituano, in particolare, ha twittato un link all’articolo rimasto invariato, definendolo “la versione originale”. Di contro, Gunnar Wiegand, direttore generale per l’Asia e il Pacifico del Servizio europeo per l’azione esterna, ha invece ritwittato la versione “censurata” sul China Daily.

Sempre secondo il Financial Times, ci sarebbero dei malumori rispetto ad una sorta di autocensura da parte delle istituzioni europee per preservare le relazioni con Pechino rispetto alla decisione di modificare un rapporto dell’Ue il mese scorso sulle presunte attività di disinformazione della Cina, dopo le forti pressioni diplomatiche proprio di Pechino. 

Tra le ambasciate che hanno pubblicato la versione originale del documento c’è anche quella italiana anche se il ministro Di Maio aveva avallato una forte operazione mediatica sugli aiuti destinati all’Italia proprio dalla Cina nelle prime settimane di pandemia.