Le Big Tech sono le aziende che spendono di più nell’Ue per il lobbying

L'esterno dell'edificio della Commissione europea a Bruxelles, Belgio. [EPA-EFE/OLIVIER HOSLET]

Le Big Tech americane sono le aziende che spendono maggiormente in operazioni di lobby nell’Ue, secondo uno studio rilasciato martedì 31 agosto. Il motivo va ricercato nelle regole sempre più stringenti che l’Ue sta adottando per limitarne i poteri.

Il settore tecnologico è balzato al primo posto nella classifica europea della spesa per operazioni di lobby, superando industrie come quella farmaceutica, finanziaria, chimica e dei combustibili fossili, che da sempre si trovano ai primi posti.

Lo studio di Corporate Europe Observatory e LobbyControl evidenzia come 612 compagnie, gruppi e associazioni spendano 97 milioni di euro all’anno in operazioni di lobby nei confronti delle politiche europee sull’economia digitale.

“Il sempre crescente potere di lobby delle Big Tech e dell’industria digitale in generale rispecchia l’enorme ruolo, ancora in aumento, del settore nella società”, si legge nello studio. “È notevole e allo stesso tempo preoccupante che queste aziende usino il loro potere per far sì che le loro voci vengano ascoltate, spesso soverchiando i pareri contrari o critici, nel dibattito su come costruire nuove regole per l’economia digitale”.

Google si trova in prima posizione con 5,75 milioni di euro all’anno di spesa per operazioni di lobby, seguita da Facebook con 5,5 milioni e Microsoft a 5,25 milioni. Apple spende 3,5 milioni l’anno, Huawei 3 milioni e Amazon 2,75 milioni.

In generale, le prime dieci compagnie per quantità di spesa sono responsabili di un terzo della spesa annuale complessiva. Inoltre, di tutte le aziende tecnologiche che effettuano operazioni di lobby nell’Ue, il 20% provengono dagli Stati Uniti, mentre meno dell’1% hanno sede in Cina o a Hong Kong, denotando un disinteresse a investire nell’influenza delle decisioni europee.

Google e Huawei hanno risposto che hanno inviato i loro dati di lobby al registro europeo per la trasparenza. “Abbiamo politiche chiare in atto per proteggere l’indipendenza delle persone e delle organizzazioni che rappresentiamo, tra cui l’obbligo di segnalare i fondi”, ha risposto Google in una mail.

Microsoft ha risposto che l’Ue è sempre stata e resterà un importante stakeholder per l’azienda. Facebook, Apple e Amazon non hanno commentato.

Le operazioni di lobby delle compagnie tecnologiche si concentrano su due strumenti chiave nella legislazione: il Digital Markets Act, che determina le pratiche obbligatorie e vietate per i giganti tecnologici, e il Digital Services Act, che impone degli obblighi di controllo ai contenuti sulle piattaforme digitali.

Lo studio ha messo in guardia dal coinvolgimento delle industrie all’interno della Commissione europea, con i lobbisti coinvolti in tre quarti dei 270 incontri che si sono tenuti sui due disegni di legge. Ha anche sottolineato l’importanza di associazioni commerciali e di categoria, think tank e partiti politici nel promuovere le idee dell’industria tecnologica.

La risposta della Commissione: nessun controllo sulle attività di lobbying

La Commissione europea ha confermato che continuerà a non controllare quali e quanti incontri con i lobbisti vengano effettuati. Un portavoce ha riferito a EURACTIV che “la Commissione è disponibile a dialogare con chiunque lo richieda”.

La dichiarazione è arrivata dopo la pubblicazione del report, che ha messo in evidenza la grande attività di lobbying effettuata dalle società tecnologiche, specialmente i giganti americani come Google, Facebook e Microsoft.

Durante il processo del Digital Services Act (Dsa), l’esecutivo Ue ha avuto 132 incontri con società private, mentre 70 sono stati quelli con le associazioni di categoria. Ong, organizzazioni dei consumatori e sindacati ne hanno avuti 52.

“È importante ricevere feedback da tutti gli attori coinvolti nel processo legislativo. Questo include anche le parti con meno rappresentatività e risorse”, ha detto Christel Schaldemose, relatrice del Dsa.