La Commissione Ue sul Digital market act: “La black list sarà limitata alle grandi piattaforme”

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Il campo di applicazione dei divieti normativi del prossimo Digital Markets Act (DMA) della Commissione Europea sarà strettamente limitato a una serie di “grandi operatori”, ha rivelato l’esecutivo dell’Ue.

L’annuncio rassicurerà probabilmente molte delle piattaforme online più piccole in Europa, che in precedenza avevano sollevato preoccupazioni in merito alla propria inclusione nel campo di applicazione delle nuove norme, che la Commissione presenterà il 15 dicembre.

Un pilastro del Digital Markets Act riguarda una serie di pratiche da vietare con una regolamentazione ex ante come parte di una “lista nera”, che probabilmente dichiarerà illegali quattro attività specifiche delle grandi piattaforme. Allo stesso tempo, una “lista bianca” proporrà obblighi positivi e una “lista grigia” elencherà una serie di attività che necessitano di un’autorizzazione da parte di un organismo competente.

Nel corso di una conferenza online sulla concorrenza, organizzata martedì 8 dicembre dalla società di consulenza Charles River Associates, Olivier Guersent, capo della DG COMP della Commissione, ha rivelato che le regole si applicheranno solo a un numero limitato di imprese attive nell’economia delle piattaforme.

Guersent ha dichiarato che l’idea dell’esecutivo Ue è stata quella di attingere alle conoscenze acquisite attraverso l’applicazione delle norme Antitrust, per identificare un piccolo numero di pratiche che non sarebbero più consentite. “L’idea era di prendere i risultati dell’applicazione dell’Antitrust negli ultimi 20 anni e trasformarli in un insieme molto limitato di pratiche che sono proibite per un numero molto limitato di grandi operatori”, ha osservato Guersent.

In passato, le autorità di regolamentazione dell’Ue hanno lanciato numerose di indagini Antitrust contro i giganti digitali per una serie di pratiche che comprendono la preinstallazione di alcune applicazioni, l’uso dei dati da parte delle piattaforme e le attività di “autopreferenziazione”.

Strumento di indagine di mercato

Guersent ha anche confermato quanto aveva anticipato Euractiv in merito al funzionamento dello “strumento di indagine di mercato” della Commissione, il secondo pilastro del Digital Markets Act.

La Commissione aveva originariamente previsto di utilizzare questo strumento per indagare sui mercati vicini al fallimento nell’ambito dell’economia digitale e, se necessario, imporre misure correttive caso per caso. Tuttavia, lo strumento è stato “declassato” a seguito delle preoccupazioni sollevate dal Comitato per il controllo normativo, un organo indipendente che offre consulenze all’esecutivo Ue. Il comitato ha sollevato dei dubbi su quale fosse la “base giuridica” dello strumento, alla luce dei poteri di cui dispongono già le autorità di regolamentazione della concorrenza europee.

Di conseguenza, le autorità di regolamentazione dell’Ue sono state obbligate a riconsiderare lo scopo dello strumento, il che significa che qualsiasi indagine da esso condotta non porterebbe più a misure correttive, ma solo all’aggiunta di nuovi servizi al campo di applicazione delle norme ex ante, alla designazione di nuove società nel ruolo di gatekeeper e alla regolamentazione di alcune nuove pratiche.

Guersent ha osservato che questo contribuirebbe a garantire che il mercato unico digitale dell’Ue sia “a prova di futuro” per quel che riguarda l’abuso da parte delle piattaforme della loro posizione dominante. La Commissione, ha aggiunto, cercherà ancora di esercitare con decisione i propri poteri in materia di concorrenza nella loro forma attuale.

Gli sforzi del Regno Unito in materia di concorrenza digitale

Martedì scorso l’Autorità garante della concorrenza nel Regno Unito ha fornito consulenza all’esecutivo britannico su come governare le piattaforme online, individuando le aziende con il cosiddetto “status di mercato strategico” (SMS). Nell’ambito delle raccomandazioni, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (CMA) ha affermato che una “Digital Markets Unit”, di cui il governo britannico ha recentemente annunciato l’istituzione, dovrebbe garantire il rispetto di un nuovo regime di concorrenza digitale.

Tale quadro dovrebbe includere un codice di condotta giuridicamente vincolante per le imprese digitali, interventi a favore della concorrenza, come l’introduzione di obblighi di interoperabilità per i servizi digitali, e un più attento esame delle fusioni che coinvolgono i giganti della tecnologia.

Parlando alla stessa conferenza sulla concorrenza, l’amministratore delegato del CMA, Andrea Coscelli, ha sottolineato che i codici di condotta del Regno Unito agiranno in parallelo con l’introduzione della lista nera dell’Ue, ma con un ulteriore livello di “adattamento” alle specifiche pratiche abusive adottate dalle piattaforme con “status di mercato strategico”.

“Il nostro piano sarà un po’ più su misura per le singole aziende”, ha detto Coscelli. “Avremo un insieme di regole che alla fine diventeranno principi, molto simili all’idea della lista nera o della lista bianca, ma ci sarà un ulteriore passo in avanti nella personalizzazione”.

La posizione di Francia e Germania

A Bruxelles si è spesso accennato all’idea di adottare provvedimenti più severi in materia di concorrenza, come la separazione strutturale delle operazioni dei giganti della tecnologia.

La Commissione ha il potere, come definito dall’articolo 102 del Trattato, di imporre una serie di misure correttive contro le imprese che hanno abusato della loro posizione dominante sul mercato, tra cui l’imposizione di un mandato per la separazione di un’impresa. Tuttavia, per alcune autorità garanti della concorrenza, tali misure dovrebbero sempre rappresentare l’ultima risorsa.

Andreas Mundt, presidente del Bundeskartellamt, l’Autorità garante della concorrenza tedesca, ritiene che l’Ue dovrebbe adottare un approccio più “innovativo” in relazione all’idea della separazione strutturale dei colossi della tecnologia. Facendo riferimento a un caso del 2019 in cui il Bundeskartellamt ha imposto restrizioni alla capacità di Facebook di combinare i dati degli utenti provenienti da fonti diverse, Mundt ha osservato che ciò potrebbe essere considerato una forma di “separazione strutturale” in sé.

“Naturalmente, questo non è una misura strutturale, è una misura comportamentale ma ha un risultato strutturale”, ha detto Mundt. “Forse dobbiamo essere più innovativi, a questo proposito”.

Per la Francia, una maggiore trasparenza nell’uso dei dati e degli algoritmi da parte dei giganti delle piattaforme e della loro strategia di business in generale è un primo passo importante per adottare le necessarie misure in materia di concorrenza. “In futuro, forse un nuovo tipo di strumento di cui potremmo aver bisogno è un flusso di dati da queste piattaforme”, ha dichiarato Isabelle de Silva, presidente dell’Autorità garante della concorrenza in Francia. “Potremmo aver bisogno di ‘collegarci’ a queste aziende per sapere di più su quello che stanno facendo. Vogliamo saperne di più sui loro algoritmi”.