In Gran Bretagna la prima raffineria commerciale per l’estrazione di metalli preziosi dai rifiuti elettronici

Rifiuti elettronici in un negozio a Bangkok, Thailandia. EPA-EFE/RUNGROJ YONGRIT

Lo stabilimento di Cheshire sarà il primo al mondo a utilizzare processi di riciclaggio basati sui batteri.

Con quanta frequenza cambiamo lo smartphone o il pc alla ricerca delle novità proposte dall’ultimo modello? La società dei consumi è basata sull’idea che un prodotto (un qualsiasi prodotto) abbia una durata limitata nel tempo, perchè invecchia, non è più di moda o perchè viene superato dal modello successivo. È un principio che vale per i capi di abbigliamento, gli oggetti d’arredo e naturalmente per tutti gli accessori tecnologici. 

Il Global E-waste Monitor 2020 delle Nazioni Unite, rapporto sui Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) gettati nella spazzatura in tutto il globo della Global E-Waste Statistics Partnership, ha calcolato che nel 2019 nel mondo è stata prodotta una quantità di rifiuti elettronici ed elettrici pari al peso di 350 navi da crociera.
Secondo il rapporto è molto bassa percentuale di Raee raccolti e riciclati secondo procedure regolamentate: solo il 17,4% del totale. La conseguenza più radicale ha a che fare con la tutela dell’ambiente, ma possiamo guardare alla cosa anche in termini economici: il fatto che i rifiuti elettrici non siano smaltiti correttamente impedisce il recupero e il riutilizzo di metalli come oro, argento e rame per un valore stimato attorno ai 57 miliardi di dollari. 

Ecco dunque che stanno nascendo delle raffinerie per lo smaltimento di questi rifiuti. In Italia l’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) ha messo a punto ROMEO (Recovery Of MEtals by hydrOmetallurgy), il primo impianto pilota in Italia per il recupero di materiali preziosi estratti da smartphone e computer dismessi. Anche nel Regno Unito nasce la prima raffineria commerciale per l’estrazione di metalli preziosi dai rifiuti elettronici, ma la novità in questo caso è che sarà anche la prima al mondo ad utilizzare processi a base di batteri piuttosto che di cianuri.

Una start-up neozelandese, Mint Innovation, prevede di aprire la struttura entro 12 mesi nel Cheshire, nel nord dell’Inghilterra, dopo i ritardi causati dalla crisi COVID-19.
L’imminente uscita del Regno Unito dall’UE ha fornito una ragione in più per cogliere il potenziale economico di un tale impianto.
Quando il comitato di controllo ambientale Commons ha lanciato lo scorso anno la sua indagine sui rifiuti elettronici e sull’economia circolare, la sua presidente di allora, Mary Creagh, aveva criticato l’approccio “insostenibile” del Regno Unito rispetto al tema dei rifiuti elettronici. Il Regno Unito, infatti, ha prodotto più rifiuti elettronici rispetto alla media degli altri Paesi dell’UE ed è stato “uno dei peggiori trasgressori per quanto riguarda l’esportazione di rifiuti elettronici verso i paesi in via di sviluppo mal equipaggiati per smaltirli in modo socialmente e ambientalmente responsabile”.

Una soluzione poteva essere quella di far smaltire i preziosi rifiuti nell’UE ma per l’appunto con la Brexit e la totale incertezza dei negoziati circa gli accordi commerciali e i dazi, questa ipotesi rischiava di essere eccessivamente costosa. Ecco dunque che si è optato per creare una bioraffineria che combina idrometallurgia e biotecnologia per estrarre in modo sicuro i metalli – tra cui oro, palladio, argento e rame – dai rifiuti elettronici.

Ollie Crush, direttore scientifico dell’azienda, afferma che le caratteristiche principali delle sue raffinerie sono il basso costo, l’ecologia e la vicinanza al luogo in cui vengono prodotti i rifiuti.
La raffineria del Regno Unito sarà inizialmente in grado di trattare 20 tonnellate di rifiuti elettronici al giorno e, se la domanda aumentasse, la quantità potrebbe essere incrementata. Intanto, è in fase di progettazione già un altro impianto nel sud dell’Inghilterra.