Il Digital Markets Act ha qualche nodo da sciogliere

Secondo il garante italiano delle comunicazioni, il DMA presenta ancora diversi nodi da sciogliere. [Shutterstock]

Il 30 settembre durante la relazione annuale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), il presidente dell’Antitrust italiano Roberto Rustichelli si è soffermato a lungo sul Digital Markets Act (DMA), il progetto di legge europeo proposto nel dicembre 2020 che vorrebbe garantire un maggiore grado di concorrenza nei mercati digitali europei, impedendo alle grandi imprese di abusare del proprio potere di mercato e consentendo a nuovi operatori di entrarvi.

Il DMA è volto ad individuare le grandi piattaforme digitali operanti nell’Unione europea – i cosiddetti “gatekeeper”, tra cui figureranno con ogni probabilità le aziende bich tech come Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft – sulla base del numero di utenti, fatturato e capitalizzazione. Secondo il progetto di legge, i gatekeeper dovrebbero sottostare a una serie di obblighi addizionali. In caso di mancato rispetto, verranno applicate sanzioni che potrebbero arrivare fino al 10% del fatturato mondiale della compagnia multata.

Secondo Rustichelli, l’iniziativa assunta “di fronte a monopoli dai tratti così inediti e non sempre agevolmente contrastabili con i tradizionali strumenti antitrust, è positivo che si apra lo spazio della regolazione”, ma al momento il DMA presenta diversi nodi da sciogliere. 

“Innanzitutto, il digitale non è un settore ma una tecnologia che pervade tutta l’economia, per cui è discutibile un approccio one size fits all, con l’introduzione di regole uguali per tutti di fronte a modelli di business molto diversi”, ha affermato. 

Non è tutto: il presidente dell’antitrust ritiene che sia “un grave errore” affidare alla competenza esclusiva della Commissione l’enforcement della legge, quando lo European Competition Network negli ultimi anni “ha fin qui dimostrato di saper dare un rilevante contributo con riferimento ai mercati digitali”. Le Autorità nazionali di concorrenza europee, ha sottolineato, sono state tra le prime a contrastare i comportamenti sleali delle piattaforme, al contrario di quanto avvenuto negli Stati Uniti.

A preoccupare Rustichelli è anche “l’oggettiva carenza di risorse che la Commissione potrà dedicare all’assolvimento dei nuovi compiti”, che teme “possa determinare pericolose lacune di tutela, con conseguente vulnus per i diritti fondamentali degli operatori economici e per l’assetto concorrenziale dei mercati”.

Simili preoccupazioni sono state sollevate anche da Germania, Francia e Olanda, che hanno messo nero su bianco di voler modificare il DMA pre dare maggiore margine di manovra alle autorità nazionali e pensare a soluzioni specifiche sulla base delle differenze tra i vari gatekeeper.

I dubbi sollevati sul progetto di legge così come si presenta al momento non si limitano però soltanto a questo. L’analista Lukas Harta, che si occupa di economia digitale per il Centro politiche europee – think tank per la trasparenza e la qualità della regolamentazione nell’Unione europea, con sedi in Germania, Francia e Italia – ha recentemente sottolineato come, secondo la formulazione attuale, le aziende big tech rischino di incorrere in una doppia imposizione, trovandosi potenzialmente a sborsare doppie multe miliardarie.

“In caso di infrazioni, le aziende sono minacciate di doppia imputazione e doppia sanzione, sia attraverso l’applicazione del nuovo DMA, sia sulla base del vigente diritto della concorrenza dell’UE”, dice l’esperto giurista del CEP. “Questo però contraddice il principio legale della doppia incriminazione, che preclude la possibilità di processare e punire qualcuno due volte. Ne bis in indem”. Il principio è codificato all’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, ma la Corte di giustizia europea non ha ancora mai annullato una multa inflitta dalla Commissione per sua violazione. 

Secondo Harta, almeno la doppia sanzione dovrebbe essere dichiarata inammissibile dalla Corte di giustizia: “La Commissione dovrebbe poi seguire tale orientamento della Corte, escludendo la doppia sanzione. Il Parlamento dovrebbe adattare di conseguenza il progetto di legge”, ha concluso.