Il coordinatore Ue antiterrorismo: “Le norme attuali che regolano l’uso dei videogiochi non bastano” 

Il coordinatore antiterrorismo dell'Ue Gilles de Kerchove. [Shutterstock]

I videogiochi online possono essere utilizzati per diffondere ideologie estremiste, persino per preparare attentati. Così il coordinatore antiterrorismo dell’Ue ad Afp in un’intervista in cui auspica una maggiore regolamentazione.

Le dichiarazioni di Gilles de Kerchove arrivano pochi giorni prima del 9 dicembre, data in cui la Commissione europea presenterà la proposta di legge sui servizi digitali, che mira a contenere gli eccessi delle società del Big Tech e lo hate speech su internet. 

“Non voglio dire che tutto il settore del gioco sia problematico. Ci sono 2 miliardi di persone che giocano online, e questo va bene”, osserva il belga Kerchove, che ricopre l’incarico di coordinatore Ue antiterrorismo da 13 anni. 

Tuttavia avverte: “Ci sono gruppi di estrema destra in Germania che hanno ideato videogiochi il cui obiettivo è sparare agli arabi, a George Soros, o ad Angela Merkel, per via della sua politica sull’immigrazione”.

“Può essere un modo alternativo per diffondere l’ideologia, dell’estrema destra in particolare, ma non solo. Anche per riciclare denaro… nei giochi vengono create valute fittizie che possono essere scambiate con valute a corso legale”, afferma de Kerchove.

“Può trattarsi di una forma di comunicazione criptata. Una maniera per testare possibili scenari di attacco”.

De Kerchove esprime inoltre preoccupazione per la “amplificazione algoritmica”, grazie alla quale piattaforme come Facebook e YouTube collocano i contenuti “problematici” e “borderline” in alto, facendo leva sulle reazioni emotive per aumentare il coinvolgimento degli utenti (engagement).

Questo è uno degli aspetti che l’Esecutivo Ue intende affrontare nella legge sui servizi digitali, chiedendo maggiore trasparenza ai giganti tecnologici. Inoltre, il Parlamento europeo sta discutendo una proposta che prevede la cancellazione dei contenuti a sospetto carattere terroristico entro un’ora dalla pubblicazione.

Dopo i recenti attacchi jihadisti in Francia in Austria, la lotta al terrorismo è balzata in cima all’agenda dell’UE.

Accesso ai messaggi cifrati

Altro motivo di preoccupazione sono le pressioni delle forze dell’ordine nei Paesi Ue per ottenere accesso, mediante un mandato, alle comunicazioni cifrate come quelle offerte da WhatsApp. Una questione controversa.

Ma è una posizione che confligge con lo scontento dei difensori della libertà di espressione e delle libertà civili, ma anche dei difensori della privacy. Costoro temono l’insorgere di abusi e che l’accesso backdoor potrebbe essere utilizzato da hacker e criminali, così come da regimi autoritari.

Ma De Kerchove rassicura: “Nessuno a Bruxelles intende ridurre il livello di cifratura. Al contrario, il nostro intento è di aumentarla”. 

Tuttavia aggiunge: “È giusto non poter identificare chi si cela dietro un indirizzo IP per postare foto a carattere pedofilo con violenze su minori? Possibile che la polizia possa intercettare un Sms ma non abbia accesso a contenuti simili in un messaggio WhatsApp? È logico?”.

Il funzionario europeo propone che la legge sui servizi digitali includa un provvedimento che obblighi i fornitori di comunicazioni cifrate a consegnare alla polizia e ai pubblici ministeri le versioni non cifrate dei messaggi inviati tramite i loro servizi, qualora venga così disposto da un giudice.

A suo parere, questo impedirebbe che le chiavi di cifratura circolino liberamente e finiscano nelle mani sbagliate.

Ma De Kerchove non spiega come questo funzionerebbe dal punto di vista tecnico, dato che la cifratura di WhatsApp è “end-to-end”. Ciò vuol dire che solo il mittente e il destinatario, e nessun altro, possono leggere le comunicazioni, nemmeno WhatsApp o la società madre Facebook. Il messaggio, infatti, è codificato grazie a due chiavi digitali, una pubblica e l’altra privata.

Nel mese di ottobre anche gli Stati Uniti e i loro alleati anglofoni membri di “Five Eyes”, una rete di condivisione dell’intelligence (Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda), hanno chiesto alle società del tech di concedere loro l’accesso backdoor ai messaggi cifrati.