Dopo Pegasus un cyberattacco ai danni di Microsoft dalla Cina. La condanna di Usa e Ue

Vista esterna sugli uffici di Microsoft, a Schiphol, Paesi Bassi. La luce riflessa sembra proporre l'effetto di una porta nell'edificio. EPA-EFE/BAS CZERWINSKI

L’accusa a Pechino per aver effettuato un massiccio hacking dei server di posta elettronica di Microsoft viene dagli Usa e dall’Ue, dopo l’esplosione del caso Pegasus. I cyberattacchi sono sempre più frequenti e sempre più pericolosi.

Sono quattro i cittadini cinesi accusati di essere i responsabili dell’attacco ai server di posta elettronica di Microsoft ma dietro di loro ci sarebbe addirittura il governo cinese. Almeno è quanto sostiene il segretario di Stato americano Antony Blinken, che ha detto che l’attacco a Microsoft Exchange, un server di posta elettronica di punta per le aziende di tutto il mondo, è stato parte di un “modello di comportamento irresponsabile, dirompente e destabilizzante nel cyberspazio, che pone una grave minaccia alla nostra sicurezza economica e nazionale”. Sarebbe dunque il Ministero della Sicurezza di Stato cinese a “favorire un ecosistema di hacker criminali a contratto che svolgono sia attività sponsorizzate dallo Stato” sia attività criminali in proprio.
Insieme alla Casa Bianca anche l’Ue e altri alleati hanno sottoscritto una rara dichiarazione congiunta che condanna l’attività informatica “malevola” della Cina, che a sua volta ribatte accusando Washington di essere il “campione mondiale” di attacchi informatici.

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Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso noto che quattro cittadini cinesi sono stati accusati di aver violato i computer di centinaia di aziende, università ed enti governativi negli Stati Uniti e all’estero tra il 2011 e il 2018.
Il Presidente Biden ha affermato che “Il governo cinese, non diversamente dal governo russo, non è l’autore diretto di questo attacco, ma sta proteggendo gli autori, e forse anche permettendo che siano in grado di farlo”.
Per questo gli Stati Uniti hanno coordinato una dichiarazione congiunta con gli alleati – l’Unione europea, la Gran Bretagna, l’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda, il Giappone e la Nato -. Il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha detto che era la prima volta che la Nato, l’alleanza militare occidentale tra i cui membri vi sono Ungheria e Turchia, che hanno relazioni relativamente distese con Pechino, ha condannato l’attività informatica della Cina.

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Pechino dunque come Mosca: è da questi Paesi che partono le minacce informatiche più serie. Quest’anno in particolare si sono registrati una sfilza di attacchi ransomware di primo piano: è stato interrotto un importante oleodotto statunitense, un processore di carne e la società di software Kaseya, il cui attacco ha colpito 1.500 aziende.
La Russia nega qualsiasi coinvolgimento delle autorità governative nei cyber-attacchi e Pechino ha respinto ai mittenti le accuse recenti attraverso le proprie ambasciate in alcuni dei Paesi che hanno deciso di sottoscrivere la dura dichiarazione statunitense. Il ministro degli Esteri di Pechino, Zhao Lijian, ha spiegato che si tratta di una “mossa costruita dal nulla” e la Cina – ha ribadito – non accetterà accuse “gratuite”.

La situazione è molto tesa e già la settimana scorsa, Washington ha offerto 10 milioni di dollari per informazioni su estorsori stranieri che agiscono online, protetti dagli schermi. La questione dei crimini informatici ormai è sempre più lontana dall’essere appannaggio dell’intelligente ed è sempre di più un dossier per la diplomazia e la geopolitica.