Digital Services Act, l’analisi del CEP: nella bozza ambiguità e norme in conflitto con le leggi vigenti

Secondo il think tank, la relazione del DSA con il diritto nazionale degli Stati membri e la portata del suo effetto di sbarramento rimangono poco chiari. [Kai Stachowiak/Pubic Domain Pictures]

La nuova regolamentazione europea sul digitale (Digital Services Act – DSA) contiene regole che non sono ancora sufficientemente equilibrate, e alcune ambiguità di formulazione che potrebbero farla confliggere con le leggi esistenti. A scriverlo, in un’analisi pubblicata mercoledì 13 ottobre, è la rete di think tank ‘Centres for European Policy Network’ (CEP).

Lo studio, articolato in tre parti distinte, ha trovato nella nuova proposta di legge sui servizi digitali – formulata dalla Commissione Europea per rafforzare il mercato interno e creare un ambiente online sicuro e trasparente – diverse violazioni di diritto e ambiguità.

“Il DSA” – ha detto Anja Hoffmann, giurista del CEP e autrice dell report con gli economisti del CEP Mattias Kullas (Friburgo) e Victor Warhem (Parigi), e il giurista, Andrea De Petris (Roma) – “crea una parità di condizioni tra i fornitori di servizi dell’UE e quelli non UE. Tuttavia, le nuove regole non sono ancora sufficientemente equilibrate e quindi devono ancora essere migliorate”.

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Secondo gli autori, la relazione del DSA con il diritto nazionale degli Stati membri e la portata del suo effetto di sbarramento rimangono poco chiari. Dubbi permangono inoltre su quali piattaforme siano da considerare “molto grandi” e quindi soggette a regole più severe.

La Commissione propone una soglia di 45 milioni di utenti “attivi”, ma non vuole definire cosa esattamente significa “attivo” fino a dopo l’approvazione del provvedimento. Tale impostazione, affermano i quattro estensori del report, non è in linea con il diritto UE, poiché una questione così essenziale dovrebbe essere regolata anche dal Parlamento e dal Consiglio dell’Unione.

Per il CEP, poi, anche l’obbligo per i provider di bloccare le persone che “frequentemente” e “palesemente” pubblicano contenuti illegali ha contorni troppo vaghi, e rischia di violare la libertà di espressione e di informazione.

Lasciare l’applicazione della legge prevalentemente allo Stato membro in cui il fornitore dei servizi si è stabilito – come prevede la bozza del DSA – probabilmente renderà più semplice agire anche oltre i singoli confini nazionali. Tuttavia, il CEP osserva che il testo attuale non tiene sufficientemente conto di potenziali problemi di applicazione.

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“Gli Stati membri dovrebbero essere autorizzati a prendere comunque misure per proteggere importanti interessi legali, in caso di mancata azione da parte dello Stato in cui il fornitore di servizi ha sede”, sostengono i ricercatori, secondo cui, allo stesso tempo, le procedure di applicazione dovrebbero essere più rigorose.

La Commissione, inoltre, dovrebbe essere autorizzata ad intervenire non soltanto nel caso di violazioni da parte delle “piattaforme molto grandi”.

“Senza una garanzia sufficiente anche contro altri deficit di applicazione delle norme, le competenze degli Stati membri risulterebbero limitate in modo sproporzionato”, concludono gli autori dello studio: “Questo potrebbe confliggere anche con i loro obblighi giuridici verso i propri cittadini”.