Coronavirus e digitale: i rischi della dipendenza tecnologica dell’Ue

La maggior parte delle applicazioni sono americane o cinesi. [EPA-EFE/HAYOUNG JEON]

La pandemia ha reso ancora più evidente la dipendenza tecnologica dell’Unione europea da Paesi terzi. Inoltre l’emergenza ha rimesso in discussione i limiti della privacy e di ciò che le società europee considerano accettabile in termini di controllo democratico.

Lo studio “Intelligenza artificiale e trasformazione digitale: le prime lezioni della crisi di Covid-19” , curato da 18 ricercatori europei, sottolinea in particolare due aspetti: l’aumento degli attacchi informatici, che tuttavia non sembrano aver avuto gravi conseguenze critiche sulle infrastrutture o il sistema sanitario, e l’uso crescente dell’intelligenza artificiale con tutte le opportunità e i rischi che ne conseguono.

“Come europei dobbiamo essere consapevoli della concorrenza globale sull’intelligenza artificiale e trovare il nostro modo di sviluppare e utilizzare l’IA in modo che rafforzi i valori europei, come la democrazia e la non discriminazione, e si basi su un solido quadro etico”, si legge nelle studio. Sul fronte degli attacchi informatici invece ciò che emerge è che nel corso dell’emergenza coronavirus, come aveva già evidenziato la Commissione europea,  c’è stato un aumento esponenziale delle campagne di disinformazione per promuovere obiettivi politici minando la fiducia nei governi europei e nell’Unione stessa.

La dipendenza da piattaforme extra-Ue

Un altro tema cruciale è quello della dipendenza dalle piattaforme extra-Ue. La maggior parte delle applicazioni e dei programmi utilizzate dagli utenti durante il lockdown sono americane e cinesi. Il significa che queste aziende sono state in grado, attraverso le loro piattaforme, di raccogliere ulteriori informazioni su ogni aspetto dell’economia e della società europea. “Per l’Europa – ricorda il report – è di primaria importanza importanza rafforzare la propria presenza in questo mondo il cui sviluppo ha ricevuto un’importante accelerazione proprio a seguito dell’epidemia di Covid-19”. Per garantire ai cittadini europei di poter controllare i propri dati settori da monitorare sono: i dispositivi di rete, le piattaforme di distribuzione dei contenuti e quelle di straming.

Un nuovo impulso alla rivoluzione digitale

Il lockdown ha aumentato esponenzialmente le attività online per l’istruzione, le imprese, la pubblica amministrazione, la ricerca e l’interazione sociale. “La pandemia ha dato un impulso alla transizione digitale di aziende, amministrazioni pubbliche e scuole. Piani che forse si erano trascinati per anni, hanno dovuto essere realizzati con brevissimo preavviso, superando molte lacune tecnologiche, organizzative, di competenze e barriere culturali”, sottolinea Max Craglia.

Inoltre lo smart-working, a lungo sottovalutato, ha iniziato ad essere accettato come una normale modalità di lavoro. I ricercatori hanno notato un cambio di passo anche nei confronti dell’intelligenza artificiale. Secondo lo studio, la crisi ha portato a una maggiore accettazione dei robot sul posto di lavoro e della condivisione dei dati per il monitoraggio della diffusione del virus. Allo stesso modo, la crisi ha permesso di superare le barriere nella condivisione dei dati tra entità commerciali e tra imprese e governi.

Il nodo della privacy

Tuttavia le problematiche legate alla necessità di garantire la privacy degli utenti delle app di tracciamento non sono da sottovalutare. Malgrado le app siano costruite per essere utilizzate per scopi medici, potrebbero essere usate in parallelo per monitorare il comportamento e i movimenti delle persone anche al di fuori dell’emergenza. “L’intreccio degli obiettivi di salute pubblica con la sorveglianza di massa può essere potenzialmente allarmante”, si legge nel rapporto.

Human Rights Watch e altre Ong hanno già messo in guardia sui rischi derivanti da queste pratiche, soprattutto in Asia centrale e orientale. Pertanto, è indispensabile garantire forte controllo democratico sull’accesso ai dati e sull'”obiettivo sociale” dell’uso dei dati e dei sistemi di tracciamento. “I governi devono agire in modo trasparente e responsabile nei confronti dei cittadini –  La crisi non può essere una scusa per far avanzare derive autoritarie o non rispettare i diritti umani”, scrivono Lucia Vesnic-Alujevic e Francesco Pignatelli.

Gli autori in ogni  caso rimangono ottimisti. “Abbiamo molto know-how e buoni strumenti politici nell’Ue”, dicono. La Strategia europea per i dati, il programma Digital Europe, il programma di ricerca Horizon Europe e il Recovery Plan consentiranno di fare ulteriori passi avanti, perché questo avvenga però è indispensabile “collegare questi strumenti con una particolare attenzione al rafforzamento della tecnologia e della sovranità dei dati in Europa”.