Una nuova partnership Africa-Europa dopo il coronavirus

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore, non quella di EURACTIV.ITALIA né quella di EURACTIV.COM Ltd.

La ripresa economica post-pandemica è un'occasione per spostare l'accento sugli investimenti nella diversificazione e nel sostegno alle economie nazionali africane sostenibili, radicate nelle nuove tecnologie verdi e nelle catene del valore locali. EPA-EFE/Daniel Irungu]

L’UE deve guardare oltre i suoi confini, assumere quella leadership globale che l’emergenza coronavirus richiede, e formare una nuova partnership con l’Africa, sostengono i direttori dell’European Think Tanks Group.

Anna Katharina Hornidge è direttrice dell’Istituto tedesco per lo sviluppo. Carl Michiels è direttore del Centro europeo per la gestione delle politiche di sviluppo. Sara Pantuliano è ad dell’Istituto per lo Sviluppo d’Oltremare. Nathalie Tocci è direttore dell’Istituto Affari Internazionali. Sebastien Treyer è direttore dell’Istituto per lo sviluppo sostenibile e le relazioni internazionali. Geert Laporte è direttore dell’European Think Tanks Group (ETTG) e Vera Mazzara è coordinatrice dell’ETTG.

L’emergenza coronavirus rappresenta una straordinaria sfida globale. La risposta dell’Unione Europea è stata oggetto di un acceso dibattito, sollevando questioni fondamentali sulla solidarietà e la credibilità dell’UE. Ciononostante, l’UE ha il dovere di guardare oltre i suoi confini e assumere il ruolo di leader globale richiesto da questa crisi, in particolare nel rapporto con l’Africa come suo vicino più prossimo.

L’UE può farlo supportando importanti programmi di ripresa economica che siano sostenibili, contribuendo a costruire servizi pubblici efficaci e muovendosi verso un partenariato basato sull’interesse reciproco.

A marzo, prima che la pandemia si diffondesse, l’UE aveva delineato una nuova strategia per l’Africa, con l’ambizione di creare un “partenariato tra pari”. Ora il coronavirus mette a rischio questa strategia e sarà la prima grande prova dell’ambizione dell’UE. Come ha detto l’alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell: “Se non risolviamo il problema in Africa, non saremo in grado di risolvere il problema in Europa. L’Africa ci preoccupa particolarmente”.

La storia ci ha insegnato che le grandi crisi creano opportunità per accelerare le riforme sociali, economiche e politiche. L’emergenza coronavirus offre l’opportunità di trasformare finalmente il vecchio paradigma delle relazioni tra donatori e beneficiari di aiuti verso un modello di vera cooperazione internazionale tra Europa e Africa.

Se da un punto di vista sanitario la pandemia non hanno ancora colpito l’Africa con la stessa intensità dell’Europa, i costi per le economie e i mezzi di sussistenza potrebbero essere enormi. Il crollo dei prezzi del petrolio e delle materie prime avrà un impatto devastante su diversi Paesi che dipendono da questi per oltre la metà delle loro esportazioni. I settori che dipendono dalla domanda dei consumatori europei sono in crisi, dall’ospitalità all’orticoltura. I ministri delle finanze africani hanno chiesto un intervento di stimolo economico di almeno 100 miliardi di dollari per contenere l’impatto del coronavirus.

La nostra analisi mostra che lo stimolo medio in Europa finora è 15 volte superiore a quello dei Paesi africani più poveri. Pertanto, pur essendo positiva, la recente decisione del Consiglio Affari Esteri dell’UE di riassegnare 15 miliardi di euro dai bilanci esistenti ai paesi partner, compresa l’Africa, per compensare alcuni degli impatti sanitari ed economici può essere solo un primo passo.

Ne occorreranno altri, in particolare nel settore della riduzione del debito, della concessione di prestiti agevolati d’emergenza e di consistenti aiuti finanziari. L’UE deve dare il suo massimo sostegno a forum multilaterali come il G20 (e il suo Piano d’azione globale recentemente annunciato), il FMI e la Banca mondiale; e alle iniziative dell’Unione africana e della Banca africana di sviluppo.

La nostra ripresa dalla più grave crisi economica dalla Grande Depressione degli anni ’30 offre l’opportunità di fare un enorme balzo verso un futuro a basse emissioni di carbonio e resiliente ai cambiamenti climatici in entrambi i continenti. È nostra responsabilità e dovere intergenerazionale stimolare programmi di ripresa economica che dovrebbero essere guidati da piani equi e sostenibili dal punto di vista ambientale, che comprendano le strategie nazionali sul cambiamento climatico e l’European Green Deal recentemente lanciato dall’UE.

Conciliare la transizione verso economie compatibili con l’ambiente, la crescita e le politiche di sviluppo a favore dei poveri rappresenta una grande sfida per l’Africa, che gli impatti del coronavirus sulla domanda, sulle risorse pubbliche e sulle istituzioni renderanno ancora più difficile.

Nella sua ambizione di imitare la Cina, l’UE potrebbe aver enfatizzato eccessivamente gli investimenti nelle industrie estrattive e nelle infrastrutture in Africa. Questo ha aumentato il debito, la dipendenza e la vulnerabilità, e ha ridotto la resistenza agli shock economici e ambientali.

La ripresa economica post-pandemica è un’occasione per spostare l’accento sugli investimenti nella diversificazione e nel sostegno alle economie nazionali africane sostenibili, radicate nelle nuove tecnologie verdi e nelle catene del valore locali. L’attenzione dovrebbe concentrarsi sulle micro, piccole e medie imprese che creano posti di lavoro per una popolazione in rapida crescita e sottoccupata. La ripresa è anche un’opportunità per innovare e far avanzare ulteriormente la digitalizzazione delle economie europee e africane e dei settori pubblici per migliorare la produttività e l’accesso ai servizi. In Africa le giovani generazioni urbane hanno già abbracciato le agende digitali. Sarà una sfida per ampliare questo accesso digitale alle popolazioni più povere e per evitare potenziali disuguaglianze.

Nessuno vorrà contestare alcuni dei principali successi della globalizzazione in termini di commercio internazionale, di libera circolazione e di opportunità per una maggiore interazione e scambi nel mondo. Ma la crisi dovuta al COVID-19 ci ha anche reso consapevoli delle vulnerabilità create dal libero mercato. Gli effetti dell’eccessiva dipendenza dalle catene di fornitura globali e della produzione “just-in-time” si sono visti nella grave carenza di scorte di attrezzature mediche in diversi Paesi.

Se è vero che l’integrazione dell’economia globale è inevitabile e dovrebbe continuare, potrebbe essere saggio sia per l’Europa che per l’Africa garantire una globalizzazione di natura più regionale con una minore dipendenza dai mercati globali. L’esperienza dell’UE, dando priorità alla costruzione di un mercato interno comune rispetto alle catene di fornitura globali, può essere d’ispirazione sia per l’UE di oggi che per l’area di libero scambio continentale dell’Africa in costruzione.

La crisi del sistema sanitario in molti Paesi ci ha reso consapevoli che un settore pubblico efficace e ben funzionante rimane essenziale per costruire società sane, ricche ed eque. Questa dimensione di “governance” potrebbe essere stata trascurata negli ultimi anni nel partenariato Africa-UE. Inevitabilmente, si porrà la questione se politiche pubbliche forti ed efficaci possano essere realizzate al meglio attraverso modelli di governance liberali (democratici) o illiberali (autoritari). Non è irrealistico presumere che un numero crescente di leader africani ed europei possa essere attratto da un modello di governance cinese rispetto a quello europeo. Per alcuni governi questa crisi potrebbe essere un pretesto per rimandare i processi elettorali sine die.

L’incapacità di fare progressi nell’affrontare la povertà e le disuguaglianze, unita alle limitazioni della libertà personale, potrebbe diventare un cocktail esplosivo di destabilizzazione politica, soprattutto tra le giovani generazioni di africani. Il ripristino dei programmi di governance nel dialogo Africa-UE richiede un approccio diverso rispetto al passato, con maggiore sensibilità e realismo, riconoscendo al tempo stesso la specificità dei diversi contesti storici e politici. La reciprocità sarà inoltre fondamentale, ad esempio, invitando osservatori dell’UA ai processi elettorali negli Stati membri dell’UE.

Per l’Africa e l’Europa, questa crisi costituisce uno straordinario incentivo a superare gli squilibri di potere del passato. Diversi Paesi africani, con molta più esperienza nella risposta alle epidemie, si sono mostrati decisi nel non accettare passivamente le “ricette europee”, che sarebbero difficili da attuare nei contesti africani. Gli impatti di una pandemia e di una crisi economica di queste dimensioni possono essere affrontati solo attraverso un maggiore scambio reciproco di esperienze, la condivisione delle conoscenze e l’azione congiunta tra i due continenti. In questo contesto, l’Europa potrebbe imparare dal modo in cui i Paesi africani hanno affrontato le emergenze sanitarie su larga scala.

Se da un lato il sostegno sostanziale dell’UE all’Africa e la remissione del debito rimangono fondamentali, dall’altro questa crisi potrebbe anche fornire un’opportunità alle élite africane di evitare la trappola della dipendenza dagli aiuti esterni. Nel lungo periodo l’Europa e l’Africa devono dare priorità a una maggiore mobilitazione delle risorse interne e affrontare la questione dei flussi finanziari illeciti, in modo che le risorse pubbliche possano essere investite in servizi pubblici che raddoppino gli sforzi per combattere le disuguaglianze. Quando la polvere di questa crisi si sarà depositata, bisognerà costruire una nuova base per le relazioni Africa-UE e cogliere appieno le opportunità che questa situazione potrebbe fornire.