Libano, l’esperta a EURACTIV: “Sulle macerie di Beirut si combatte la guerra fredda del Mediterraneo”

Un'immagine dal drone che mostra la città di Beirut dopo la devastante esplosione del 4 agosto. [EPA-EFE/STR]

Intervista con Annalisa Perteghella, ricercatrice dell’Ispi che da anni studia il Medio Oriente.

Le hanno sentite fino a Cipro, 240 chilometri più in là, le due esplosioni che nel pomeriggio di martedì 4 agosto 2020 hanno travolto Beirut. Quasi tremila tonnellate di nitrato d’ammonio, confiscate da una nave straniera nel 2013 e dimenticate in un hangar da allora. Hanno fatto tremare la terra, travolgendo chi camminava per le vie del porto, uccidendo più di 150 persone e ferendone a migliaia. Numeri gravi, purtroppo non definitivi, che sembra abbiano scosso – oltre alla città natale di Mika e di Amal Clooney – anche le coscienze dei potenti del mondo. La corsa alla solidarietà è scattata all’unisono: la Commissione europea, da sola, ha già promesso 63 milioni di euro. Ma il Libano – ex protettorato francese, indipendente solo dal 1943 – è un paese che soffre da tempo, in condizioni economico-politiche precarie. E ha molto a che spartire con il vecchio continente. Secondo gli ultimi dati dell’Observatory of economic complexity (Oec) le nazioni da cui importa di più – subito dopo la Cina – sono Grecia, Italia, Germania, Turchia e Francia. EURACTIV Italia ha chiesto a Annalisa Perteghella, ricercatrice dell’Ispi (l’Istituto per gli studi di politica internazionale con sede a Milano), di inquadrare la situazione attuale.

Dottoressa Perteghella, che cosa sta succedendo in Libano?

“L’esplosione nel porto di Beirut ha acceso i riflettori su una situazione già critica: ci stiamo finalmente rendendo conto che il Libano sta fallendo. A marzo il primo ministro Diab – dal 10 agosto dimissionario – ha dichiarato il default finanziario del Paese. Fatto inaudito, persino in una nazione indebitata dagli anni Novanta, dopo la fine della guerra civile. Non per niente il capo della Banca centrale libanese era conosciuto come ‘il prestigiatore’: riusciva sempre a far quadrare i conti, ma con soldi inesistenti. La politica locale ricorda un sistema feudale, polarizzato a seconda della setta religiosa d’appartenenza. I cognomi che girano sono sempre gli stessi. Le risorse vengono amministrate in modo clientelare, con corruzione e senza visione d’insieme.

Fino a qualche anno fa il Libano era ‘la Svizzera del Medio Oriente’: con diseguaglianze sociali, ma la classe media vantava una qualità della vita ragguardevole. Ora mancano i beni primari: l’elettricità non è garantita tutto il giorno – nemmeno nella capitale – l’esercito deve rinunciare alla carne perché costa troppo, le strade sono invase da spazzatura. La Banca mondiale prevedeva che entro fine anno la metà della popolazione sarebbe stata sotto la soglia di povertà: stime già ampiamente superate. Dal 17 ottobre 2019 la popolazione protesta. Dopo il fallimento dichiarato, sono cominciate trattative con il Fondo monetario internazionale per ricevere aiuti, ma sono richieste riforme ingenti e la classe politica locale è restia ad attuarle. Ora non si può più ignorare una situazione al limite e la rabbia dei libanesi.

Com’è possibile che 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio fossero stoccate nel porto cittadino? Ce lo chiediamo anche a Roma, a Madrid, a Berlino. ‘È un paese talmente corrotto che non abbiamo potuto farci niente’, ha detto il premier Diab prima di dimettersi. Ha ragione. Ma chi può arrivare a far meglio? Il suo doveva essere tecnico, svincolato. E non ce l’ha fatta a cambiare le cose”.

Tra chi importa in Libano, subito dopo la Cina, troviamo Grecia e Italia, soprattutto quando si tratta di petrolio raffinato. Che cosa cambia per l’Europa dopo questa tragedia?

“L’economia libanese si basa sui servizi: produce poco o nulla, importa quasi tutto. Considerando sia import che export, l’Italia è secondo partner internazionale del Libano. Eni e Total – quindi Italia e Francia – da anni esplorano le aree al largo di Beirut per trovare nuove risorse energetiche: questo non cambierà. Esporteremo meno lusso e moda – la popolazione è impoverita – ma abbiamo di fronte un grosso potenziale nelle infrastrutture: ponti strade, ferrovie, energia. C’è un paese da ricostruire, l’Europa deve rispondere all’appello. Non per fare gli avvoltoi, ma per mettere la propria expertise – penso a realtà come Fincantieri o Impregilo, da noi – al servizio della ricostruzione, rubando spazio a chi punterebbe a eccessive ingerenze nella politica del paese”.

A chi si riferisce?

“La ricostruzione di Beirut va presidiata, altrimenti si rischia che il Libano venga fagocitato da Turchia e Emirati Arabi Uniti, i protagonisti della nuova guerra fredda del Mediterraneo. Gli stessi che decidono le sorti della guerra in Libia, spalleggiando rispettivamente il governo di Fayez al Serraj e le truppe di Khalifa Haftar. Il Libano rischia di finire preda di questo grande gioco”.

A proposito di guerre: Beirut finora ha fatto un po’ da cuscinetto rispetto ai profughi in fuga dalla Siria, attutendo il carico di migranti diretti in Europa. Continuerà così?

“Più che cuscinetto direi che ha fatto da vera e propria spugna. Su una popolazione di 4 milioni di persone, è arrivato oltre un milione di profughi siriani. Ormai l’Unhcr non li conta neanche più. Poi ci sono quelli palestinesi, da sempre. In questo senso il Libano è stato salvato dall’intervento delle Ong europee e dalla rete di volontariato italiano. I 250 milioni di euro promessi dalla videoconferenza di donatori organizzata dall’Onu e da Parigi servono, però andrebbero affidati capillarmente alle organizzazioni sul territorio. Ma le Nazioni unite contano sulla diplomazia e se si passa dalle autorità libanesi rischia di finire tutto in corruzione. Pensiamo agli aiuti Onu in Siria: vengono filtrati dall’apparato statale di Assad, che ne fa quello che vuole. A Beirut il problema si ripropone”.

Quanto ha pesato il Covid-19 sul Libano?

C’è l’emergenza sanitaria e – anche in questo caso – quella economica. I libanesi sono pochi ma distribuiti in maniera diseguale: agglomerati nella capitale e sperduti nei paesini. Il sistema sanitario non è garantito, se non hai disponibilità economiche sei in balìa del caso. E quando vivi di turismo, la chiusura delle frontiere ti soffoca. Il Coronavirus era percepito come minaccia prima dell’esplosione, oggi non ci si presta più attenzione, ma continua a essere un nemico. Due ospedali sono stati travolti dall’incidente, le già poche risorse sanitarie devono essere spalmate su ancora più urgenze. La gente in protesta si è ammassata nelle piazze. Chi non ha più una casa vive in strada, altri trovano rifugio da chi ancora un tetto ce l’ha. Altro che distanziamento sociale, la situazione non va sottovalutata.

Cosa può riservare il futuro?

“Grande competizione geopolitica. Incertezza, instabilità. Legalmente, si potrebbe star per mesi senza un governo. La costituzione libanese non dà limiti di tempo in tal senso. Tutti vogliono mettere un piede in Libano. O si cambia o si troveranno a dover reprimere nel sangue la rabbia della popolazione, anche se nessuno vuole una guerra civile. Il Libano non è la Bielorussia, non lo è mai stato. L’Europa deve presidiare la ricostruzione anche per evitare nuovi profughi, una tematica sensibile da noi. E ha delle carte in mano da giocare per fare la differenza, proprio grazie agli aiuti che annuncia in questi giorni. Diamo alla popolazione la garanzia che non si vada verso il baratro”.