Parte il processo per tutelare i lavoratori autonomi in Europa

Lavoratori dell'arte, della musica, dello spettacolo e del tempo libero protestano in Piazza del Plebiscito, nel centro di Napoli, il 22 maggio 2020. EPA-EFE/CIRO FUSCO

Garantire anche ai lavoratori autonomi di migliorare le proprie condizioni attraverso contratti collettivi senza essere ostaggio delle regole Ue sulla concorrenza: questo l’obiettivo che si prefigge la Commissione Ue con la consultazione sui servizi digitali (Dsa) per trasmettere a Bruxelles le rispettive posizioni sulle problematiche legate al lavoro autonomo.

“Nel mercato del lavoro odierno il concetto di ‘lavoratore’ e ‘lavoratore autonomo’ è diventato opaco e molte persone non hanno altra scelta che accettare un contratto da autonomo. Dobbiamo dare chiarezza a coloro che devono negoziare collettivamente per migliorare le proprie condizioni”, ha sottolineato la vicepresidente della Commissione Ue, Margrethe Vestager, che nei prossimi mesi valuterà la possibilità di introdurre misure comunitarie a tutela degli autonomi.

La consultazione pubblica sul Digital Service Act è aperta fino all’8 settembre e si può partecipare a questo link: https://ec.europa.eu/eusurvey/runner/Digital_Services_Act.

A seguito dei risultati, in autunno la Commissione Ue pubblicherà una prima valutazione d’impatto sul tema dei lavoratori autonomi, stabilendo le opzioni per i passi successivi, e avvierà quindi una consultazione pubblica dedicata a tale problematica.

Gli ultimi vent’anni hanno visto un’evoluzione di questo tipo di figure professionali. A fianco dei tradizionali “imprenditori” e delle libere professioni, la condizione di lavoratore autonomo viene speso utilizzata in senso più ampio, in alcuni casi anche quando di fatto esiste un rapporto di lavoro subordinato.

“Gli effetti cumulati delle disparità di accesso alla protezione sociale possono dar luogo nel tempo a nuove disuguaglianze inter e intragenerazionali tra quelli che hanno o che riescono a trovare un impiego con contratti che prevedono tutti i diritti sociali e quelli che non vi riescono. Ciò può costituire una discriminazione indiretta nei confronti dei giovani, dei nati all’estero e delle donne, che hanno più probabilità di essere assunti con contratti atipici” si legge nella raccomandazione del Consiglio sull’accesso alla protezione sociale per i lavoratori subordinati e autonomi del marzo 2018.

Il nodo della contrattazione collettiva per gli autonomi

Il tema è quello della necessità di conciliare il principio della libera concorrenza nel mercato comune, con i valori propri della dimensione sociale progressivamente acquisita. 

In assenza di una chiara presa di posizione del legislatore europeo, di tale nodo si è dovuta occupare la Corte di Giustizia  che ha da tempo riconosciuto che la contrattazione collettiva con i lavoratori non rientra nell’ambito di applicazione delle regole di concorrenza dell’Ue. Tuttavia, ricorda Bruxelles, l’estensione dei contratti collettivi ai professionisti che, almeno formalmente, non sono dipendenti (ad esempio gli autonomi), si scontra con le regole Ue sulla concorrenza che considerano tali professionisti invece come ‘imprese’. 

La questione giurisprudenziale è piuttosto complessa.
Nel celebre caso Albany, il Giudice europeo, di fronte alla controversa compatibilità tra la decisione dell’autorità pubblica olandese di rendere obbligatoria, su istanza delle parti sociali, l’iscrizione ad un fondo integrativo di previdenza settoriale e la disciplina comunitaria della concorrenza, ha sottratto gli accordi collettivi al diritto antitrust.

Il secondo caso di riferimento è il caso FNV Kunsten, che riguardava gli accordi collettivi stipulati sempre in Olanda tra una confederazione sindacale rappresentativa di lavoratori subordinati e autonomi, nello specifico musicisti che operavano come “supplenti” nelle orchestre, e un’associazione di datori di lavoro. I prestatori autonomi olandesi hanno infatti il diritto nei Paesi Bassi di affiliarsi a una qualsiasi organizzazione sindacale, di datori di lavoro o di professionisti. Di conseguenza, secondo la legge sul contratto collettivo di lavoro, le confederazioni di datori di lavoro e le organizzazioni di lavoratori possono stipulare un contratto collettivo di lavoro in nome e per conto non soltanto dei lavoratori, ma anche dei prestatori autonomi di servizi che siano membri di tali organizzazioni. Il contratto collettivo in questione imponeva, in particolare, tariffe minime sia per i musicisti supplenti subordinati sia per i supplenti autonomi, dando a questi ultimi una maggiorazione del 16% dell’importo rispetto ai subordinati.

Il Tribunale dell’Aja ha però ritenuto che l’accordo non avrebbe contribuito direttamente al miglioramento delle condizioni di lavoro degli autonomi (uno dei requisiti richiesti per accedere all’eccezione Albany) e dunque la questione veniva portata davanti alla Corte di Giustizia europea. 

La linea di confine tra veri e falsi autonomi

Il problema vero è capire quando gli autonomi sono in realtà falsi autonomi, che vivono di fatto un rapporto di subordinazione.

Secondo la Corte di Giustizia il diritto dell’Unione deve essere interpretato nel senso che la disposizione di un contratto collettivo di lavoro, come quello in questione esula dall’ambito di applicazione delle norme europee sulla concorrenza solo qualora tali prestatori siano «falsi autonomi», ossia prestatori che si trovano in una situazione paragonabile a quella dei lavoratori subordinati.

È stato notato che nella pronuncia FNV Kunsten, non si trova alcuna menzione dell’art. 28 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea o Carta di Nizza, che riconosce il diritto di negoziare e di concludere contratti collettivi. 

Il problema è che il diritto europeo non sembra cogliere l’essenza della distinzione tra un’attività di impresa svolta mediante un’organizzazione di piccole dimensioni e pochi dipendenti e un’attività lavorativa svolta in via esclusivamente o prevalentemente personale da una persona fisica. E proprio da qui nasce il problema della possibilità o meno di ricorrere alla contrattazione collettiva. 

Sembra che la commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager voglia proporre di risolvere la questione per dare la possibilità agli autonomi di negoziare collettivamente per migliorare le proprie condizioni. La consultazione pubblica servirà proprio a valutare la possibilità di introdurre misure comunitarie a tutela dei lavoratori autonomi.

I lavoratori autonomi tra i più colpiti dalla crisi Covid-19

Secondo i dati di Eurostat nel 2019, la Grecia è stato il Paese Ue con la percentuale più elevata di lavoratori autonomi con il 21% dell’occupazione totale nel 2019, seguita da Italia al 15%, e Polonia e Romania al 14%. La media europea si attesta comunque al 9%. 

I lavoratori autonomi sono una delle categorie più colpite dall’attuale crisi economica. 

Le misure introdotte dai governi di quasi tutti i Paesi europei hanno risposto in maniera sufficiente, almeno sulla carta, ai bisogni più urgenti dei lavoratori dipendenti e di alcune tipologie di lavoratori autonomi, il lavoro flessibile, saltuario e occasionale si è trovato quasi privo di tutele. 

Naturalmente bisogna considerare il fatto che le disparità regionali sono molto forti, tra i diversi Paesi europei: per essere considerati lavoratori poveri in Romania bisogna guadagnare meno di 200 euro, in Lussemburgo meno di 2000. 

Nel contesto italiano, il decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (decreto Cura Italia) e il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (decreto Rilancio) hanno introdotto, tra le altre misure, alcune indennità di sostegno in favore dei lavoratori autonomi, le cui attività risentano dell’emergenza economica e sociale conseguente alla pandemia dovuta al Covid-19, di 500 euro, 600 euro e 1.000 euro, a seconda dei casi.

Una delle misure più attese da imprese e partite Iva è quella relativa ai contributi a fondo perduto a favore di Pmi, lavoratori autonomi e titolari di reddito agrario.