Fine del neoliberismo?

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J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, 1936

Da Berlino a Parigi, da Roma ad Amsterdam nelle ultime settimane si assiste ad una rincorsa agli aiuti di Stato per ‘salvare’ aziende improvvisamente considerate strategiche. Non solo in Europa, per la verità; e pure abbondantemente agevolate, a volte anche esplicitamente (si pensi alla Bank of Japan), da interventi accomodanti delle autorità monetarie.

Una curiosa svolta ad U rispetto agli anni Novanta, dominati dalla logica delle privatizzazioni selvagge (o, come è accaduto in alcuni paesi, delle privatizzazioni strumentali a dare qualche gioiello industriale, assicurativo, bancario, etc a corporazioni di imprenditori collusi con la politica; a prezzi di realizzo), indipendentemente dal fatto che alcune di esse fossero considerate strategiche.

È la fine del neoliberismo, delle logiche di mercato che impongono le loro regole alla politica? O l’inizio di un neo-corporativismo, di un interventismo attivo in economia che rischia di degenerare in una nuova stagione di inefficienze, distorsione dei mercati, prezzi non concorrenziali?

Una domanda alla quale è difficile rispondere oggi. Perché in una situazione drammatica come quella che si è aperta con l’emergenza sanitaria, il lockdown delle attività produttive, il crollo della domanda… è comprensibile investire parte delle risorse pubbliche per sostenere attività produttive (ed i loro bacini occupazionali), fornendo loro quella liquidità necessaria a ritornare sul mercato. Ma ciò può essere fatto in molti modi: mettendo un limite temporale alla presenza pubblica, privilegiando modi alternativi all’entrata diretta nel capitale, evitando ingerenze nella governance aziendale, escludendo categoricamente la possibilità di nomine sottoposte ad influenza (diretta o indiretta) della politica.

E soprattutto può essere fatto in conformità alle logiche del mercato (anche magari opportunamente guidate), piuttosto che indipendentemente da esse; soprattutto in un paese come il nostro che dovrebbe già da decenni ripensare il suo modello di sviluppo. Una sfida da raccogliere ancor più in un’ottica europea, confrontandosi con la dimensione globale del mercato. Quindi privilegiando gl’interventi in linea con le priorità strategiche (magari quelle della Commissione UE?), con lo spostamento delle imprese sulla frontiera delle possibilità produttive, la spinta all’innovazione, alla formazione del capitale umano, etc. Il tutto, nell’ottica di mercati inevitabilmente e sempre più articolati, dal piano locale a quello globale.

Non vorremmo, tra l’altro, che la UE passasse dall’ossessiva attenzione alla garanzia della concorrenza sul mercato (europeo) e della tutela dei consumatori ad una reinterpretazione strumentale del suo ruolo nell’ottica di consentire manovre proprio sulla pelle dei consumatori. Questa massiccia e generalizzata deroga alla normativa sugli aiuti di Stato deve essere giudicata sostenibile soltanto nell’ottica emergenziale.

Una domanda, quella che ci siamo post all’inizio sulla natura della nuova stagione d’intervento pubblico in economia, che troverà facilmente risposta entro poco tempo, quando sarà finita l’emergenza; e con essa la legittima necessità di ‘salvare’ imprese risanabili, in semplice crisi di liquidità, dotate di un piano industriale (e quindi di prospettive di mercato) serio e sostenibile.

Se è vero che ripercorrere categorie interpretative contrapposte del passato (tipo liberisti/interventisti) o culturali-ideologiche (Hayek/Keynes) ha probabilmente poco senso in prospettiva per l’era post-Covid, è anche vero che il rischio di trovarci con iniziative politiche dal sapore stantio del déjà-vu sarebbe fatale.

Un esito che dovrebbe preoccupare tutti i cittadini che, come spesso (sistematicamente?) è accaduto in passato, si trovano a subire il peso della fiscalizzazione delle perdite, senza godere della distribuzione dei profitti.