Intervento pubblico e concorrenza

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Il presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Roberto Rustichelli, ha inviato martedì scorso al Presidente del Consiglio dei Ministri la segnalazione contenente le proposte ai fini del disegno di legge per la concorrenza. L’Agcm ha così accolto l’invito espresso dal Presidente Draghi durante il discorso per la fiducia al Governo, pronunciato nell’Aula del Senato della Repubblica lo scorso 17 febbraio; cui è seguita richiesta formale l’8 marzo.

Un testo ineccepibile, che riprende una lunga tradizione di tentativi di imporre un vero mercato in un sistema dominato da relazioni clientelari, corporative, familistiche, spesso opache. La concorrenza non è solo difesa dei diritti dei consumatori, ma efficienza nelle procedure, rapidità, economicità. La sua mancanza in alcuni settori è stata fonte primaria di quella scarsità di produttività globale dei fattori che viene denunciata comune uno dei mali più gravi dell’economia e della società italiane.

Il documento si articola in alcune proposte, che riflettono i nodi di maggiore criticità: dalla necessità di sospendere la normativa attuale sugli appalti (in attesa di una sua ridefinizione) alla semplificazione amministrativa, dalle regole per l’affidamento a soggetti in-house di servizi della pubblica amministrazione all’affidamento di appalti ad enti territorialmente sovraordinati in caso di inadempienza di quelli inferiori (una sorta di sussidiarietà); dal rafforzamento del sistema sanitario al controllo delle concentrazioni e la lotta ai cartelli.

L’unica perplessità di quell’eccellente testo è il mercato di riferimento. L’Unione europea, ad esempio, si è concentrata da almeno trent’anni sulla tutela della concorrenza, impedendo in molti casi la creazione di quei campioni europei che in altri ambiti e dibattiti vengono ampiamente auspicati. Se il mercato di riferimento dei regolatori europei è quello europeo (e non quello mondiale, come dovrebbe essere per alcuni settori), la normativa Ue anti-concorrenza tutela certo i consumatori, ma impedisce alle grandi imprese europee di attrezzarsi per meglio competere sul piano globale.

Allo stesso modo, tutelare la concorrenza sul mercato italiano impedisce la formazione di economie di scala cruciali in alcuni ambiti. È il caso delle infrastrutture, dove spingere per una concorrenza fra le infrastrutture digitali e/o di trasporto (come suggerisce il documento) non ci pare risolva il problema dell’efficienza del servizio. In questo periodo in cui il ruolo dello Stato viene riscoperto (spesso in maniera impropria), sarebbe forse utile che l’intervento pubblico venisse utilizzato laddove ha più senso, ossia per gestire monopoli infrastrutturali strategici, nei quali può essere rischioso che la logica del profitto prevalga su quella del servizio pubblico.

Non è un caso soltanto italiano; è un problema europeo e persino globale. Ma questo non ci esime, come Italia, dal tentare, prima di tutto, di mettere fine all’uso distorto delle risorse prelevate dai contribuenti. Da anni continuiamo ad assistere a ripetuti salvataggi della ‘compagnia di bandiera’, anche in assenza di qualsiasi piano industriale credibile, o a miliardi del bilancio pubblico per salvare aziende creditizie. Forse, accanto alla sacrosanta battaglia per snellire le procedure burocratiche, che si risolvono in uno spreco di risorse umane e finanziarie, si potrebbe pensare anche ad un uso più razionale di quegli interventi.