Acciaio, i produttori chiedono investimenti verdi per contrastare il dumping cinese

I dipendenti lavorano nella linea di fabbrica di turbine eoliche Goldwind Technology a Yancheng, provincia di Jiangsu, Cina, 14 ottobre 2020. EPA-EFE/ALEX PLAVEVSKI

Prima il dumping cinese e i dazi statunitensi, poi la pandemia di coronavirus: il settore siderurgico è tra quelli più in difficoltà. Secondo l’ente commerciale Eurofer, ci vorranno almeno due anni perché l’industria si riprenda, ma la ripresa potrebbe essere accelerata con un nuovo “Green Deal per l’acciaio” e un’imposta sul carbonio alla frontiera.

Il dumping cinese e il protezionismo americano

L’Ue non è stata ferma a guardare e ha adottato misure di salvaguardia rispetto ai dazi statunitensi e al dumping cinese, impedendo che si verificasse uno “scenario peggiore” per l’industria del settore. Ma queste misure non sono “sufficienti per affrontare l’enorme calo della domanda causato dalla pandemia da Coronavirus”, ha detto Axel Eggert, segretario generale di Eurofer.

Uno dei settori di frontiera per l’impiego dell’acciaio è quello dell’eolico, e se ne prevede una “grande espansione” negli anni a venire, in ragione degli obiettivi climatici europei, ma anche in questo caso i produttori europei temono le crescenti importazioni dalla Cina di “torri d’acciaio” utilizzate nella produzione di turbine eoliche. La situazione ha portato la Commissione europea ad avviare un’indagine antidumping il 21 ottobre a seguito di una denuncia della European Wind Tower Association.

Dall’altra parte, anche le tariffe imposte dall’amministrazione Trump hanno coinvolto in maniera importante il settore, nello specifico con l’imposizione di dazi del 25% sia sull’acciaio sia sui suoi derivati.

L’impatto della pandemia

L’industria siderurgica europea è stata tra le più colpite dalla pandemia di Covid-19: è stato registrato un calo della produzione del 17% nel periodo da marzo a ottobre e il 28% della forza lavoro impiegata nella siderurgia europea ha attualmente contratti a breve termine o disoccupazione temporanea. Anche per questo Eurofer invita la Commissione europea a “rivedere le misure di salvaguardia e a prolungarle oltre il giugno del prossimo anno”.
Si tratta di misure che la Commissione ha prorogato il 30 giugno, comprese le quote di importazione specifiche per paese volte a regolare i prezzi sul mercato Ue, che rischiavano di crollare a fronte del calo della domanda, oltre che per il dumping cinese.

Un “green deal” per l’acciaio

“È importante che tutte le importazioni di acciaio abbiano un vincolo rispetto all’emissione di carbonio simile a quello che hanno i produttori europei”, ha sottolineato Eggert, chiedendo  un vero e proprio “Green Deal per l’acciaio” che comprenda fino a 10 misure per promuovere la produzione di acciaio a basso tenore di carbonio.
Tra queste ci sarebbe una tassa europea sul carbonio alle frontiere che mira a ristabilire una concorrenza leale con i produttori stranieri che non hanno un simile vincolo di carbonio: in pratica si tratta di scoraggiare la “rilocalizzazione delle emissioni di carbonio” – un processo per cui le industrie si trasferiscono in paesi stranieri dove il vincolo delle emissioni è più basso – e la concorrenza dei produttori non europei che non hanno specifici vincoli rispetto alle emissioni.

La Commissione europea ha riconosciuto l’esposizione dell’industria siderurgica al dumping ambientale: “è un dato di fatto che l’industria siderurgica è in prima linea nella lotta alle emissioni di carbonio”, ha dichiarato Leopoldo Rubinacci, direttore del dipartimento commerciale della Commissione, e non si può non tenerne conto.
Nell’ottica della Commissione il Carbon Border Adjustment Mechanism è principalmente volto a garantire che “il prezzo delle importazioni rifletta più accuratamente il loro contenuto di carbonio”; il carbon border levy non ha solo lo scopo di proteggere la competitività dell’industria siderurgica europea, ma deve essere inteso come uno strumento di politica green.

I produttori siderurgici europei dovranno comunque sostenere un costo sulle emissioni di carbonio per ogni tonnellata di acciaio prodotta, mentre “gli esportatori avranno costi di carbonio solo sui volumi che esporteranno nell’Ue”, ha sottolineato Eggert.
La questione è comunque molto delicata e si sta cercando di evitare che l’applicazione degli strumenti di difesa commerciale e le misure di protezione dei produttori siderurgici dalla concorrenza sleale non finiscano per penalizzare le industrie a valle, sempre europee, tra cui proprio quella eolica.