Quello strano entusiasmo per l’espansione fiscale Usa

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Negli ultimi mesi, da quando Biden si è insediato alla Casa Bianca, sono stati varati aumenti di bilancio per 6.000 miliardi di dollari (1,9 trilioni per aiuti d’emergenza; 2,3 per le infrastrutture; 1,8 per istruzione, assistenza e crediti d’imposta ai meno abbienti). Risorse destinate alla ripresa economica, a ridurre le diseguaglianze ed ampliare lo stato sociale. Ma anche a tentare di riconquistare un ruolo guida nel mondo. Un’espansione fiscale senza precedenti, che è stata accolta con entusiasmo da stadio anche in Europa.

Un’espansione che ha ispirato editoriali sul cambio di paradigma, rispetto al decennio passato, che starebbe prendendo piede in politica economica, con la fine della stagione del neoliberismo (inteso come austerità, consolidamenti fiscali, privatizzazioni) e l’avvento di un rinnovato keynesismo (inteso come espansioni fiscali e monetarie). Per far rifiorire a nuova vita una storia che apparentemente era finita nel 1989 (come scriveva Fukuyama) con l’acclamazione definitiva delle democrazie (neo)liberali.

Naturalmente, un’espansione fiscale negli Usa fa ben sperare che l’Europa possa seguirla senza tensioni sui mercati finanziari; aumenta la domanda (Usa) di importazioni (anche di prodotti nostri: italiani ed europei), con effetti positivi sulle economie di tutto il mondo. Gli Usa riprenderebbero così il loro tradizionale ruolo di consumatori di ultima istanza per una nuova stagione di benessere globale.

Almeno due sono, tuttavia, gli elementi che dovrebbero indurre ad una maggiore cautela di giudizio. Il primo è che gli equilibri politico-economici mondiali stanno cambiando – anzi sono già cambiati – negli ultimi anni; non è detto, in particolare, che i paesi con elevati surplus di bilancia commerciale siano ancora disposti a monetizzare tale surplus acquistando titoli del Tesoro Usa. A questo si lega la preoccupazione che le nuove emissioni, per poter essere collocate, debbano accrescere il livello di remunerazione del debito, spingendo al rialzo il tasso d’interesse nominale su un titolo tradizionalmente guida per i tassi d’interesse internazionali.

Se questo dovesse accadere, l’unico modo per tenere a freno l’aumento del peso del debito pubblico in paesi fortemente indebitati, come quelli europei, sarebbe lasciare che l’inflazione rialzi la testa. Ben oltre il livello target del 2% della Bce. Il che avrebbe un impatto anche sul debito e sulla ricchezza privata, con effetti distributivi fortemente distorsivi; sempre sperando che non producano, in alcune classi sociali, un’ulteriore compressione della domanda per consumi, rendendo così nullo (o quantomeno ridimensionando) l’effetto espansivo del Next Generation EU.

Insomma, se un cauto ottimismo è comprensibile verso la reflazione proveniente dagli Usa, l’entusiasmo visto nelle ultime settimane appare davvero ingiustificato. Una politica keynesiana è necessariamente del tipo beggar-my-neighbour (va cioè a penalizzare gli altri paesi, non può essere vincente per tutti); a meno che le istituzioni economiche internazionali non si attrezzino in maniera completamente diversa, genuinamente cooperativa, con un sistema condiviso ed equo di fornitura della liquidità che sfugga alle distorsioni sperimentate finora. Solo se il sistema monetario e finanziario internazionale saprà rifondarsi su basi completamente nuove sarà possibile trasformare la svolta espansiva di Biden in una risorsa per il mondo intero.