Il ritorno dell’autarchia

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L'Atlante Farnese che sorregge il peso del mondo.

La globalizzazione (almeno per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni) è arrivata, per il momento, al capolinea; stroncata prima dai lockdown legati all’emergenza pandemica e poi dall’invasione russa dell’Ucraina. Per decenni a venire, i paesi cercheranno di organizzarsi per realizzare modelli di produzione e consumo autarchici, coadiuvati da aree d’influenza che molto ricorderanno le politiche imperialiste e colonialiste del secolo scorso.

Ognuno cercherà di crearsi una nicchia di accesso a risorse strategiche fondamentali per il presente e soprattutto per il futuro: acqua, energia, cereali, metalli, terre rare, etc. Questa guerra ha cancellato l’illusione che alcuni di essi fossero beni liberi o disponibili a costo ridotto ed accesso garantito. Ci ha riportato indietro nel tempo, a prima che la globalizzazione ci illudesse che il commercio internazionale fosse automaticamente un fattore di pace, capace di creare quell’ordine naturale che avrebbe consentito a ciascuno di coltivare le proprie doti. Ci ha catapultati in un’era allo stesso tempo passata, fondata sull’autarchia, e futura, in cui quell’autarchia è perseguita a livello di grandi aggregati continentali.

Ogni area continentale ha davanti a sé sfide enormi per il futuro. Ma l’Europa più di tutte le altre. Non è detto che riesca ancora ad esportare bellezza, cultura, creatività; che sono stati i suoi asset più importanti nella competizione globale, in tempo di pace; quelli che ci hanno consentito di ricevere flussi finanziari che ci hanno permesso di acquistare ciò che ci serviva. Ha un sistema sociale complesso, delicato, elaborato. L’Europa è dunque estremamente vulnerabile; più di Usa, Cina, Russia, India, Africa, Sud-America.

Va ripensato il ruolo ed il posizionamento internazionale del nostro continente, se vogliamo difendere quanto finora conquistato. In questo nuovo contesto, la domanda non è più se l’Unione Europa saprà darsi un’architettura costituzionale coesa e decentrata, di carattere federale (come la maggior parte degli altri macro-aggregati continentali esistenti al mondo), ma che cosa succederà ai suoi cittadini in attesa che si decida a farlo; quali alleanze diventerà cruciale perseguire per assicurarci l’accesso a risorse strategiche; quali costi dovrà subire dal ritardo con cui proseguirà sul cammino della condivisione della sovranità; quali prezzi dovremo pagare per ricostruire nuove alleanze.

Tenendo presente che il tutto dovrà avvenire in un contesto finanziario fortemente volatile e potenzialmente esplosivo, con una liquidità globale di oltre 400 trilioni di dollari costantemente alla ricerca di adeguata remunerazione; e la necessità di gestire in modo efficiente due transizioni inevitabili: quella digitale e quella ecologica, rendendole funzionali all’obiettivo dell’autarchia.

Si annuncia complessa la scelta del trade-off ottimale fra necessità di azione collettiva per realizzare beni pubblici globali e perseguimento di obiettivi autarchici; fra l’illusione necessaria di una ripresa della globalizzazione ed il perseguimento di obiettivi di autosufficienza; ritornerà di moda, sotto forme nuove, la diatriba antica fra liberismo e protezionismo. Queste le sfide che ci attendono nei prossimi anni. E non sono sfide da poco.