Il Parlamento di Cipro boccia il CETA: qualche considerazione

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Halloumi alla piastra

Ci sono molti modi di commentare una notizia. Anche non commentarla affatto è uno di questi. La bocciatura del CETA (l’accordo di libero scambio fra Ue e Canada) da parte del Parlamento di Cipro è stata ampiamente diffusa negli ambienti NO-CETA, come dimostrazione del successo che la campagna sta avendo in Europa. Silenzio invece dai sostenitori del CETA, forse per non indebolire l’immagine (già ampiamente compromessa) di un accordo commerciale nato con ottime intenzioni, ma finito in modo quantomeno migliorabile.

Lo stesso Macron, di fronte ad una forte opposizione interna (in parte ragionevole) ha dovuto riconoscere che i negoziati non possono essere considerati conclusi ed ha chiesto alla Commissione Europea di rivedere almeno gli standard di rispetto dei diritti umani e dell’ambiente.

Da quando esistono le frontiere l’uomo s’interroga sul fatto se liberalizzare gli scambi sia una scelta migliore rispetto a conservare posizioni di protezione; quindi praticamente da sempre. Permettere la libera circolazione di merci e servizi rende un gran servigio ai consumatori, che si avvantaggiano di prezzi più contenuti e un paniere di scelta più ampio. Ma penalizza chi lavora e trae profitto dalle aziende che prima godevano di una protezione e poi se la vedono togliere. Alle rendite ci si abitua facilmente; alla concorrenza, soprattutto se globale, un po’ meno.

A prima vista, dunque, si tratta di contrapporre l’interesse generale (liberalizzando) a quello di corporazioni (proteggendo). In un modo un po’ rozzo e semplificato, si può dire che sia la teoria economica, almeno negli ultimi secoli, sia la politica economica (da ben prima), si sono confrontate con questo dilemma. La teoria economica ha a più riprese ribadito la maggiore efficienza complessiva derivante dalla libertà del commercio internazionale; la politica economica, sensibile alle pressioni di lobby spesso organizzate su base nazionale, cerca quasi sempre di optare per scelte protezionistiche, più o meno velate.

Il CETA, frutto di negoziati diplomatici, è un compromesso: abbatte tariffe ed altre barriere al commercio, ampliando il mercato per i produttori e i consumatori delle due parti. Ma, pur riconoscendo alcune specificità, non le tutela tutte (e l’Europa è più ricca di specificità locali e regionali rispetto al Canada). Da qui le reazioni contrarie.

In particolare, nella vicenda di Cipro, i produttori di un noto ed apprezzato formaggio molle locale preparato con latte misto di pecora e capra, l’halloumi (hellim nella versione turca), temono che i consumatori possano iniziare a preferire l’acquisto di un analogo formaggio molle prodotto in Canada, con un disciplinare diverso e più blando, che presumibilmente invaderebbe il mercato cipriota ad un prezzo più basso.

Verrebbe da dire: e allora? Se qualcuno si accontenta di un normale formaggio molle prodotto con latte di provenienza incerta rispetto al pregiato e rigoroso disciplinare dell’halloumi, vorrà dire che i consumatori saranno tutti più contenti: quelli che vogliono un semplice formaggio molle a prezzo ragionevole compreranno quello canadese; quelli che preferiscono l’halloumi da gourmet saranno disposti a pagarlo un po’ di più. È esattamente quello che sostiene la teoria economica.

Il problema è che la domanda complessiva di halloumi diminuirà; e riallocare una quota della popolazione dalla produzione di formaggio ad altri settori nei quali Cipro può vantare un vantaggio sul mercato internazionale non è facile. Serve il coraggio di fare scelte strategiche, magari impopolari; coraggio che normalmente i politici nazionali non hanno.

Mi limito a qualche banale considerazione sulla vicenda.

La prima è che i trattati commerciali non sono affatto neutrali, come spesso i politici raccontano al loro elettorato. Hanno costi in termini di dislocazione e riallocazione produttiva da attenuare, sui quali qualcuno si dovrebbe interrogare, possibilmente prima di firmarli. Pensare che, nell’era di internet, del tempo reale, dei social media questi dettagli non emergano nel dibattito pubblico è una pia illusione. Anzi, tacere genera diffidenza e repulsione; ed è una pessima strategia.

La seconda considerazione è che non si può permettere a pochi produttori di nicchia ciprioti (ma il fronte anti-CETA è naturalmente molto più ampio e transnazionale) di impedire a 450 milioni di consumatori europei di avere alcuni prodotti a prezzo più basso grazie alla concorrenza internazionale. Le regole decisionali della UE, che come al solito prevedono le ratifiche all’unanimità dei Parlamenti nazionali, sono l’ennesima dimostrazione che la UE non è ancora una comunità di destino, ma un insieme frammentato di luoghi di potere (e quindi di ricatti) organizzati su base nazionale. Il che è incompatibile con una moderna democrazia con velleità da attore economico e politico globale.

La terza considerazione è che in realtà il CETA non guarda, almeno non abbastanza, al futuro; non ingloba a sufficienza degli standard elevati di produzione, di rispetto dell’ambiente, di uso dei pesticidi, di rispetto dei diritti umani, etc. E se questi sono i valori sui quali la Ue intende scommettere il proprio futuro, sarebbe meglio che li imponesse come vincolanti anche negli accordi internazionali.