Cina, UE e ‘doppia circolazione’

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Xi Jinping, Presidente della Repubblica popolare cinese

Si chiama shuang xun huan. E dovremmo imparare in fretta questa espressione cinese, perché ne va del nostro futuro di europei. Significa ‘doppia circolazione’ e fa riferimento alla strategia implicita nel piano quinquennale varato venerdì scorso dal Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Un nome che verrebbe la tentazione di liquidare come un relitto del passato, pensando all’esperienza sovietica. Ma sarebbe un grave errore. Perché la nuova programmazione economica quinquennale del partito ha in mente una strategia di sviluppo ben precisa. Che passa appunto per un doppio circuito di flussi di beni, servizi e denaro: il mercato interno e lo scacchiere globale. L’analisi cinese è estremamente lucida ed individua con precisione le principali debolezze nella loro economia.

La ricchezza della Cina finora è dipesa soprattutto dalla domanda estera (esportazioni), più che da quella interna. Ma le esportazioni dipendono a loro volta da equilibri mondiali instabili. E non è più il caso di affidarsi agli umori di decisori politici che stanno altrove. Da qui l’urgenza di riorganizzare il mercato interno per attrezzarlo ad assorbire una maggiore quota della produzione nazionale. Consumi interni quindi, piuttosto che domanda estera. Un obiettivo che, a causa del Covid-19, già quest’anno la Cina è stata costretta a perseguire. Con successo, se il 90% dell’aumento di reddito del 2020 è atteso dal mercato interno.

Non solo. La ricchezza cinese è dipesa finora dall’importazione di tecnologia, know-how, innovazione scientifica.  È venuto il momento, secondo l’establishment cinese, di accrescere il potenziale innovativo (scientifico e tecnologico) interno.

Non si tratta di una svolta autarchica, ma qualcosa di molto vicino. Che naturalmente in Cina si sono affrettati a smentire, segnalando come la crescita interna alimenterà con ancora maggior vigore l’altra circolazione, quella globale.

Al di là delle dichiarazioni, ci pare evidente che la Cina intende avvalersi sempre più di catene del valore e d’importazioni provenienti da aree sotto il suo controllo, più o meno diretto, o perlomeno con le quali può vantare rapporti di reciprocità. Per questo si fa rischiosa la posizione della Ue. Troppi sono i legami finanziari e commerciali con gli Usa per immaginare che siano improvvisamente spezzati.

Allo stesso tempo, se le economie europee perseguiranno ancora a lungo una visione nazionale dello sviluppo, rischieranno sempre più di esser preda di operazioni di frammentazione (non necessariamente esplicite) da parte dei due principali protagonisti mondiali. Il che suggerisce come sia urgente che anche l’Europa nel suo complesso si dedichi ad una attenta programmazione delle proprie strategie industriali e di sviluppo, dimostrando di poter offrire al mondo prodotti e servizi ad altissima innovazione e spingendo le proprie imprese sulla frontiera delle possibilità produttive: l’unico modo per continuare a competere in un mondo sempre più agguerrito.

Far crescere il mercato interno in Cina significa però (anche) fornire ai cittadini i mezzi monetari per aumentare la domanda effettiva. E l’obiettivo dichiarato qui è raggiungere un Pil pro-capite paragonabile a quello dei paesi più sviluppati entro il 2035. Un obiettivo che, pur con enormi sacche di popolazione ancora in condizioni di povertà, appare addirittura troppo lontano nel tempo.

La Cina uscirà a breve dalla condizione privilegiata di “paese in via di sviluppo”, che in quanto tale ha goduto finora di condizioni di favore per presentarsi sui mercati internazionali (sussidi alle esportazioni, protezione del mercato interno, ecc.). In vista di questo passaggio, si sta attrezzando al meglio nella competizione globale, da paese ormai avanzato. Sarebbe il caso che l’Unione Europea non restasse indietro, incapace di pensare su scala continentale e prigioniera di decisioni collettive, assunte all’unanimità, che non le consentono di restare al passo coi ritmi dei concorrenti.