Xinjiang, gli eurodeputati chiedono di mettere al bando le aziende cinesi che sfruttano gli uiguri

Una manifestazione a sostegno della comunità uigura a Parigi il 16 agosto 2020. [EPA-EFE/MOHAMMED BADRA]

100 deputati europei chiedono di creare una black list europea delle aziende cinesi che ricorrono al  lavoro forzato della minoranza uigura.

“Per anni il regime cinese ha detenuto milioni di esseri umani nei campi, solo perché sono nati uiguri. Per anni l’Europa e il mondo sono stati testimoni di un crimine contro l’umanità senza opporre alcuna resistenza”. Inizia così la lettera che 100 eurodeputati hanno inviato alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e al vicepresidente responsabile del Commercio, Valdis Dombrovskis per chiedere che l’Unione europea imponga il divieto di importazione per i prodotto delle imprese cinesi che sfruttano gli uiguri, minoranza musulmana turcofona che risiede nello Xinjiang.

“Negli ultimi mesi, diversi studi hanno segnalato l’uso del lavoro forzato uiguro a favore delle grandi imprese europee. Infatti, molte fabbriche cinesi, che forniscono direttamente i marchi dell’Ue, sfruttano gli uiguri e beneficiano del loro lavoro forzato”, si legge nel documento.

“L’Europa deve agire per proteggere la vita e i diritti fondamentali degli uiguri”, dicono gli eurodeputati, che chiedono di usare il potere commerciale e di mercato dell’Unione per salvaguardare i principi fondanti. A questo proposito i firmatari dell’appello, tra i quali ci sono anche gli italiani Giuseppe Ferrandino e Giuliano Pisapia e Fabio Massimo Castaldo, chiedono di istituire una lista nera delle imprese cinesi che sfruttano la forza lavoro uigura.

Le denunce

A settembre la Campagna Abiti Puliti, insieme ad oltre 200 Ong aveva lanciato la campagna End Uyghur Forced Labour, in cui chiedeva alle aziende della moda di impegnarsi a non essere più complici dello sfruttamento dei lavoratori nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang.

Gli eurodeputati chiedono che l’Europa segua l’esempio della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti che, con l’approvazione del The Uyghur Forced Labour Prevention Act, ha vietato l’importazione di vestiti, parrucche e beni tecnologici prodotti da alcune società che secondo il governo Usa sfruttano i lavoratori uiguri. Una decisione importante che, tuttavia, secondo le associazioni che si occupano dei diritti umani non sarebbe ancora sufficiente dato che colpisce solo alcune aziende.

Secondo il rapporto “Uiguri in vendita: rieducazione, lavoro forzato e sorveglianza oltre lo Xinjiang”, pubblicato a marzo dall’Australian Strategic Policy Institute (Aspi), Pechino avrebbe costretto oltre 80.000 uiguri a lavorare in condizioni disumane per 82 marchi di fama mondiale tra cui Apple, Bmw, Gap, Huawei, Nike, Samsung, Sony e Volkswagen. Ma anche brand di abbigliamento come Adidas, H&M, Nike, Victoria’s Secret, Zara e tanti altri.