Ue-Asean: da ‘dialogo’ a ‘partnership strategica’

Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas durante la conferenza stampa dopo la riunione Ue-Asean. [EPA-EFE/CLEMENS BILAN / POOL /]

Si è svolto ieri in modalità virtuale l’ennesimo incontro fra i rappresentanti della Ue e dell’Asean, l’associazione delle nazioni del sud-est asiatico. Josep Borrell e Vivian Balakrishnan (ministro degli Esteri di Singapore) hanno guidato le delegazioni dei ministri degli Esteri delle due controparti.

Un incontro definito “storico fra due ancore di stabilità in un mondo pieno di incertezze”, come ha suggerito Gunnar Wiegrand, Managing Director agli Affari esterni per l’area Asia-Pacifico della Ue.

In realtà, si tratta di un processo che va avanti da molto tempo; e di cui l’evento di ieri rappresenta solo l’ennesima tappa di un faticoso, anche se forse inevitabile, avvicinamento. È dal 1997, da quando a seguito di un incontro a Bangkok dell’Asia-Europe Meeting veniva fondata l’ASEF (Asian European Foundation), che è stata riconosciuta l’importanza strategica di una cooperazione fra queste due aree del pianeta: per “costruire un ponte” fra questi due mondi.

Mondi diversi; per le velocità ed intensità d’integrazione, per cultura, per organizzazioni politiche e sociali, per struttura dei sistemi economici. Ed allo stesso tempo destinati a sviluppare forme crescenti di collaborazione in un mondo ancora non sufficientemente multipolare, chiamato ad esserlo sempre più. L’indebolimento delle istituzioni multilaterali nell’era Trump e l’interruzione delle catene globali del valore spingono Asean e Ue ad investire in percorsi comuni di crescita. Così come avviene con altri blocchi (tipo il Mercosur).

Il primo passo di questa rinnovata collaborazione sarà un incontro bilaterale, previsto già nel gennaio 2021, per affrontare insieme “la sfida verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile nel settore degli oli vegetali”. Lo spettro delle battaglie sull’olio di palma aleggia sull’incontro e sulle relazioni Asean-Ue, soprattutto in relazione alle rivendicazioni di Malesia e Indonesia, che hanno distrutto negli ultimi due decenni milioni di ettari di foresta equatoriale per far posto alle palme da olio (insieme, detengono una quota di mercato pari ad oltre l’85% della produzione globale), recentemente boicottate dalla Ue per i rischi connessi alla salute alimentare.

Insomma, nonostante si parli di “partnership strategica”, sembra prevalere un approccio pragmatico alla risoluzione di singoli problemi. Almeno per il momento. Ma l’urgenza di ricostruire le catene globali del valore ed accrescere gli scambi fra due delle aree economicamente più importanti del pianeta (insieme valgono quasi il 30% del Pil mondiale) può fornire la scintilla per accelerare una visione comune del mondo post-Covid, oltre che le dinamiche sul piano dell’integrazione interna (soprattutto nell’Asean).

L’Asean è un modello genuinamente confederale, con istituzioni comuni limitate alla composizione diplomatica delle dispute fra Stati ed enormi problemi irrisolti di stabilizzazione politica interna (come nel caso delle Tailandia) e persino di rivendicazioni territoriali (ad esempio fra Cambogia e Tailandia). Un modello che già dal 1967, quando nacque a Bangkok, guardava all’Europa come modello d’integrazione. E che ha seguito poi logiche diverse da quelle europee, concentrando gli sforzi sul commercio e l’integrazione finanziaria (grazie agl’interventi cinesi).

Due aree, quella europea e quella del sud-est asiatico, chiamate a dimostrare di avere un’idea del mondo di domani indipendente dalle pressioni di Cina e Stati Uniti. Per certificare, una volta per tutte, che l’equilibrio uscito dalla Seconda Guerra mondiale è definitivamente finito.