Minimum global tax, accordo tra 130 Paesi (Cina inclusa). Ma quattro Stati Ue dicono no

Giovedì 1° luglio 130 paesi, compresa la Cina, hanno raggiunto un accordo in sede Ocse per imporre una tassa minima globale sui guadagni delle multinazionali. Tra i firmatari però mancano 4 Paesi Ue: Cipro, Estonia, Irlanda e Ungheria.

L’accordo si fonda su due pilastri: tassare le multinazionali in ogni paese in cui operano e realizzano profitti e imporre un’aliquota minima del 15% sulle entrate generate. Il nuovo regime fiscale dovrebbe aggiungere circa 150 miliardi di dollari alle casse dei governi a livello globale una volta che entrerà in vigore, cosa che l’Ocse si augura avvenga nel 2023.

“Il quadro aggiorna gli elementi chiave del secolare sistema fiscale internazionale, che non è più adatto allo scopo in un’economia globalizzata e digitalizzata del 21° secolo”, ha detto l’OCSE.

L’intesa rappresenta un successo per l’amministrazione americana di Joe Biden, primo sostenitore del provvedimento, e apre la strada alla possibilità che un accordo di principio venga firmato al G20 di Venezia della prossima settimana. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha detto che questo via libera “ci mette a breve distanza da un pieno accordo globale per fermare la corsa al ribasso delle tasse sulle imprese”. La segretario al Tesoro Janet Yellet ha parlato di “un giorno storico” per la diplomazia economica.

La Germania ha salutato l’intesa come un “passo colossale verso la giustizia fiscale”, e la Francia ha detto che si tratta del “più importante accordo fiscale del secolo”. Anche il ministro dell’Economia Daniele Franco ha commentato l’accordo di massima raggiunto dai delegati dei paesi Ocse, sottolineando che è stato fatto un “passo avanti” verso la riforma del fisco a livello internazionale. “Siamo fiduciosi sulla possibilità di trovare un accordo a livello G20 sulla struttura di nuove regole per la riallocazione dei profitti delle grandi multinazionali e per la tassazione minima effettiva, che cambierebbero radicalmente l’attuale architettura della fiscalità internazionale, rendendola adeguata rispetto alle caratteristiche dell’economia globale del XXI secolo”, ha aggiunto il titolare di via XX Settembre.

Il ministro delle Finanze britannico Rishi Sunak, il cui paese detiene la presidenza del G7, ha detto che “il fatto che 130 paesi in tutto il mondo, tra cui tutti quelli del G20, sono ora a bordo, segna un ulteriore passo avanti nella nostra missione di riforma fiscale globale”.

I quattro assenti in Euopa

Alcuni Paesi però hanno deciso di non sottoscrivere l’accordo, compresi quattro Stati membri dell’Unione europea: Cipro, Estonia, Irlanda e Ungheria. Questi Paesi fanno parte di un gruppo di nazioni dell’Ue che includono anche Lussemburgo e Polonia che hanno fatto affidamento su basse aliquote fiscali per attirare gli investimenti delle grandi multinazionali.

L’Irlanda è la patria europea dei colossi di Big Tech. Con una tassa sulle aziende del 12,5%, Dublino negli anni ha infatti attirato aziende come Facebook, Apple e Google. Il ministro delle finanze irlandese Paschal Donohoe ha  spiegato che le nuove regole Ocse potrebbero vedere l’Irlanda perdere il 20% delle sue entrate aziendali.  Donohoe ha detto che l’Irlanda sostiene ancora “ampiamente” l’accordo, ma è contraria all’introduzione di un’aliquota minima del 15%.

Anche il regime fiscale dell’Ungheria che prevede un’aliquota del 9% per le società dal 2017 e 15% per le persone fisiche dal 2011 è considerato una pratica “aggressiva” dalla Commissione europea.

“È nell’interesse di tutti raggiungere un accordo finale tra tutti i membri dell’Inclusive Framework entro quest’anno”, ha sottolineato il segretario generale dell’Ocse Mathias Cormann. “Questo pacchetto non elimina la concorrenza fiscale ma stabilisce dei limiti concordati multilateralmente”, ha detto Cormann.