Global tax, le Ong criticano l’accordo: è ingiusto nei confronti dei paesi poveri

I ministri delle finanze del G7 in una foto di gruppo del summit di Londra, il 5 giugno 2021. [EPA-EFE/ANDY RAIN]

Un piano iniquo, che beneficia solo i paesi avanzati e di cui faranno le spese – ancora una volta – quelli più poveri: è il secco giudizio di alcune organizzazioni no profit sull’accordo raggiunto dai paesi del G7 per imporre una tassazione minima globale sui profitti delle multinazionali.

I ministri delle Finanze del gruppo delle sette economie avanzate, che si sono riuniti lo scorso weekend a Londra, hanno concordato un piano per introdurre un’aliquota minima globale di almeno il 15%  sui profitti delle società multinazionali, con l’obiettivo di incassare di più da aziende come Amazon e Google e ridurre gli incentivi a spostare i loro profitti verso paradisi offshore a bassa tassazione.

La proposta fa parte di una rielaborazione delle regole sulla tassazione delle multinazionali e delle grandi aziende tecnologiche come Alphabet e Facebook, che ora pagano spesso pochissime tasse nonostante gli enormi guadagni, e hanno stabilito le loro sedi in paesi a bassa tassazione come Irlanda, Lussemburgo o Olanda.

Oxfam ed Eurodad, una rete di agenzie non governative per lo sviluppo, hanno tuttavia affermato lunedì 7 maggio che il nuovo regime destinerebbe la maggior parte degli introiti della global tax ai paesi di origine delle grandi compagnie – gli Stati Uniti o le nazioni europee – lasciando soltanto le briciole agli stati poveri in cui le multinazionali sono comunque presenti. Le critiche sono state riprese dal Tax Justice Network, un gruppo di pressione contro l’evasione fiscale e i paradisi fiscali, che ha anch’esso definito ingiusto l’accordo.

“Il G7 è un piccolo club di paesi ricchi e potenti”, secondo Tove Ryding di Eurodad: “Hanno un grande interesse a stare insieme e hanno scritto un accordo che li avvantaggia”.

Christian Hallum, un esperto fiscale di Oxfam, ha detto invece che l’accordo “è decisamente sbilanciato verso i ricchi, e ingiusto verso i poveri”. Il paese che ospita la sede di una società, ha spiegato Hallum, è quello che ha più peso all’interno dell’accordo, e ciò “determinerà “un massiccio trasferimento di denaro verso i paesi ricchi”.

Ryding ha aggiunto che, sebbene molti dei paesi più piccoli potrebbero essere spinti ad accettare i termini del progetto, alcuni di quelli più grandi come l’India potrebbero opporre resistenza.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che ha contribuito a promuovere una più ampia riforma fiscale a livello globale, ha negato che l’accordo possa ingiustamente avvantaggiare gli Stati Uniti. Un recente studio ha però suggerito che, qualora entrasse davvero in vigore un’imposta minima globale sulle società del 15%, l’Unione europea potrebbe ottenere 50 miliardi di euro in più di tasse dalle multinazionali.