Global tax, 136 Paesi concordano sulla riforma della tassazione per le multinazionali

136 Paesi hanno concordato sulla riforma della tassazione delle multinazionali. [Tony Stock]

136 Paesi hanno trovato un accordo all’Ocse sulla global tax per le multinazionali venerdì 8 ottobre, superando le resistenze di alcuni Stati, tra cui l’Ungheria, ultimo membro dell’Ue a essere convinto.

L’accordo trovato in sede Ocse prevede di riformare il sistema di tassazione delle multinazionali, che dovranno pagare nel Paese dove generano i profitti, anziché in quello dove hanno la sede. Inoltre, si è convenuto anche su un regime minimo globale del 15%.

“Si tratta di una vittoria decisiva per il multilateralismo”, ha dichiarato il segretario generale dell’Ocse Mathias Cormann. “Si tratta di un accordo estensivo che assicura che il nostro sistema di tassazione internazionale sia adeguato a un mondo digitalizzato e a un’economia globalizzata”, ha proseguito.

Gli Stati Uniti, tra i maggiori critici della riforma durante l’amministrazione di Donald Trump, l’hanno invece accolta positivamente, con la segretaria del tesoro Janet Yellen che ha dichiarato alcune ore prima dell’accordo che avrebbe “fermato una corsa di quarant’anni per abbassare la tassazione delle aziende”.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato l’accordo “un momento storico” e “un grande passo avanti verso una tassazione globale più equa”. Alcuni Paesi europei, in particolare Estonia, Irlanda e Ungheria, avevano rifiutato di firmare a luglio, temendo che l’accordo avrebbe ostacolato il loro vantaggioso sistema di tassazione delle imprese, ma hanno cambiato idea nelle fasi finali del negoziato.

La loro approvazione ha aperto la porta a un approccio armonizzato europeo per trasformare l’accordo in legge, dato che le regole sulla tassazione richiedono l’unanimità per essere adottate.

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Tassare i profitti dove vengono ottenuti

Finora, le multinazionali hanno pagato le tasse nei Paesi dove producono i propri beni, mentre il nuovo regime consentirebbe di pagare dove si trovano i consumatori. Questa riforma colpirà circa cento delle aziende più grandi del mondo e genererà oltre 108 miliardi di euro di tasse in più, secondo le stime dell’Ocse.

Inizialmente la riforma era pensata per colpire determinati giganti del digitale e il loro sistema di guadagni online. Tuttavia, dopo le pressioni degli Stati Uniti, l’Ocse ha limato la proposta, rendendola applicabile a tutte le imprese indipendentemente dal settore di cui si occupano.

La riforma colpirà le aziende con un fatturato globale superiore ai 20 miliardi di dollari (17,3 miliardi di euro). Tuttavia, l’asticella sarà abbassata a 10 miliardi di dollari, equivalenti a 8,6 miliardi di euro entro il 2028, se l’implementazione delle regole avrà successo.

Il 25% dei profitti delle imprese che superano la soglia del 10% di ricavi sono ora destinati ad essere tassati nei paesi in cui conducono i loro affari. Tuttavia, a causa della soglia del 10%, alcune delle più grandi aziende per entrate – in particolare Amazon – sono escluse dal nuovo regime di tassazione.

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Tassazione minima al 15%

Il secondo pilastro dell’accordo all’Ocse riguarda la tassazione minima a livello globale che assicuri che le grandi multinazionali non abbiano un incentivo a spostare i loro profitti nei paradisi fiscali.

Venerdì, i negoziatori dell’Ocse si sono accordati per una tassazione minima globale del 15% per le compagnie con ricavi globali superiori ai 750 milioni di euro all’anno. Se, per esempio, una compagnia tedesca spostasse i suoi profitti in una giurisdizione con una tassazione inferiore, le autorità tedesche potrebbero tassare aggiuntivamente per arrivare al 15%.

Di conseguenza, i paradisi fiscali non avrebbero alcun interesse a offrire una tassazione inferiore al 15%. L’esatto livello dell’aliquota è stato oggetto di discussione nel corso degli ultimi mesi. La segretaria del tesoro americana Janet Yellen aveva inizialmente proposto una soglia minima del 21%, abbassata successivamente al livello attuale per superare le resistenze di Paesi con regimi tradizionalmente favorevoli come l’Irlanda.

Secondo i calcoli dell’Osservatorio fiscale europeo, un’aliquota minima al 15% porterebbe 48 miliardi di euro all’anno in più di tasse in tutta l’Ue. Tuttavia, l’accordo Ocse permette anche delle eccezioni che potrebbero diminuire le entrate aggiuntive. Le imprese multinazionali possono dedurre il 5% del valore dei beni materiali e dei salari che detengono nei paradisi fiscali dagli utili imponibili. Inoltre, la deduzione è fissata a quasi il doppio di questo tasso all’inizio e sarà gradualmente ridotto fino a raggiungere il 5% tra dieci anni.

“Secondo i nostri calcoli, una deduzione del 5% porterebbe a una perdita di entrate fiscali potenziali di circa 7 miliardi di euro”, ha detto Theresa Neef dell’Osservatorio fiscale dell’Ue.

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Insoddisfazione tra i Paesi in via di sviluppo

Una coalizione di paesi in via di sviluppo ha criticato la soluzione negoziata a livello Ocse. “Siamo obbligati a scegliere tra una cattiva opzione e una peggiore”, ha detto il ministro dell’economia argentino Martín Guzmán.

Dominic Gross, esperto di tassazione del think tank Alliancesud, ritiene che la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo non beneficerebbero dell’accordo. “Il primo pilastro [il principio dei profitti] porta benefici ai Paesi con una grande base di consumatori, il secondo a quelli con grandi quartier generali di multinazionali”, ha detto. “In partica, l’accordo dell’Ocse porterà a una certa redistribuzione, ma solo tra i Paesi ricchi. Il risultato è ben lontano dall’ambizione iniziale”, ha aggiunto.

L’accordo sarà finalizzato dai ministri delle finanze al G20 di  Washington la prossima settimana, mentre l’approvazione finale dovrebbe essere ricevuta durante l’incontro di Roma alla fine di ottobre. A quel punto, la Commissione europea dovrebbe proporre una direttiva per implementare l’accordo Ocse in tutta l’Ue.