I “New Conservatives” europei: il sorpasso a destra firmato Salvini e Orban. E Meloni?

Matteo Salvini e Viktor Orban durante una visita in Ungheria a maggio 2019. [EPA-EFE/Balazs Szecsodi]

Quello che fino a poco fa sembrava essere l’ennesimo progetto campato in aria è arrivato, contro tutte le aspettative, a rappresentare un potenziale scacco matto alle forze politiche della parte sinistra dell’emiciclo europeo: i “New Conservatives”. Ci aveva visto lungo Marco Zanni, eurodeputato della Lega, che già nel 2019 auspicava che “i partiti conservatori in Europa imparassero a “collaborare insieme” perché, altrimenti, “le nostre battaglie comuni avrebbero avuto sempre meno forza”. Detto, fatto: lo scorso giovedì 1° aprile si sono incontrati a Budapest i leader dei tre partiti più importanti dell’estrema destra in Europa, con l’obiettivo di creare un gruppo unico al Parlamento europeo e di rinsaldare un’alleanza transnazionale. Nella capitale ungherese, le danze per iniziare le trattive sulla creazione di un nuovo “rinascimento europeo” sono state aperte da Matteo Salvini, segretario della Lega, Viktor Orbán, primo ministro ungherese e leader di Fidesz, e Mateusz Morawiecki, primo ministro della Polonia e rappresentante del partito europeo Diritto e Giustizia (PiS).

I tre leader politici hanno celebrato la loro alleanza, basata su valori tradizionali e conservatori, e hanno espresso l’urgenza di formare un nuovo gruppo nel Parlamento europeo, sia per “superare l’emergenza sanitaria ed economica”, che per dare vita ad una “nuova idea di Europa”, fondata su temi concreti a partire dalle radici comuni della “sovranità, libertà, famiglia, cristianesimo e opposizione all’antisemitismo”. “Stiamo lavorando per un percorso che metta al centro i cittadini e non solo la finanza, la burocrazia e i fallimenti di Bruxelles”, aveva sottolineato Salvini durante l’incontro, ribadendo la ferma volontà di rappresentare il primo vero “nucleo storico alternativo alla sinistra”. Per Orbán, invece, “l’impegno atlantista” e la “rappresentanza dei valori della famiglia tradizionale” non raccontano di una “destra estrema”, bensì di un nuovo lungo viaggio che porterà “i democratici cristiani ad avere finalmente una propria rappresentanza” in Europa. Sulla stessa lunghezza d’onda il premier polacco Morawiecki che, ribadendo i valori su cui poggia il percorso che costruirà con il leader del Carroccio e Orbán, fa sapere che “l’idea del Rinascimento europeo” getta le basi per costruire il futuro della “nuova Europa sovranista”. 

Perché costruire un nuovo partito di destra europeo?

La volontà di costruire questa nuova realtà politica in Europa nasce, in realtà, da un’urgenza: all’inizio di marzo, dopo una lunghissima disputa, Fidesz esce dal Partito Popolare europeo (PPE), il principale partito di centrodestra all’Europarlamento, poco prima che la sua delegazione ne fosse definitivamente espulsa. I rapporti tra il partito ungherese e quello popolare erano in crisi da almeno due anni, a causa delle continue violazioni dello stato di diritto messo in atto dal governo di Orbán, che portava avanti le sue politiche interne in maniera quasi semi-autoritaria.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il veto posto lo scorso novembre al bilancio Ue 2021-2027, bloccando temporaneamente il Recovery Fund e l’avvio delle prime tranche ai diversi Stati membri. In quel caso l’Ungheria era stata accompagnata alla sbarra degli imputati dalla Polonia con una colpa in particolar modo: avere, più di tutti gli altri Stati membri, la “fedina sporca” per quel che riguarda il rispetto dello stato di diritto. Le motivazioni di quel veto erano state molteplici, e andavano dalla volontà dell’Unione europea di “punire” gli ungheresi ed i polacchi nelle loro politiche anti-migratorie, fino al tentativo di limitarne la sovranità. 

In tal senso, era stata l’eurodeputata di Fidesz, Enikő Győri, a mettere i puntini sulle i: “I princìpi e i valori dell’Unione europea sono molto importanti per noi”, aveva riferito in una intervista rilasciata al giornalista italiano Alessio Pisanò, “ma creare un collegamento nel Recovery Plan tra l’utilizzo dei fondi e lo stato di diritto non è in conformità con i Trattati europei, va contro il bilanciamento tra le Istituzioni europee e spinge in direzione di una perdita della competenza nazionale”. Fuori dal PPE, così, il peso politico in ambito europeo di Fidesz si è ridotto considerevolmente: i suoi europarlamentari non possono più incidere sulle questioni e le dinamiche più importanti dell’Eurozona e Orbán non può più alzare la voce alle riunioni del Consiglio europeo, l’organo che riunisce i 27 capi di stati e di governo dell’Unione. 

I “New Conservatives”: una nuova piattaforma lontana dai “Popolari comunisti”

Da qui la necessità di uscire dai corridoi della “Bubble popolare” per entrare in quelli della destra sovranista e cristiano-centrica. “I deputati di Fidesz al Parlamento europeo”, si leggeva nell’annuncio del profilo Facebook della formazione di Budapest lo scorso 18 marzo, “lasciano il gruppo del PPE”. Un messaggio indirizzato a Manfred Weber, presidente del gruppo popolare al Parlamento europeo, ma soprattutto all’ala più moderata e liberale del PPE che da anni si batteva oramai per l’espulsione di Fidesz e spostare il baricentro politico-ideologico del partito verso il centro-sinistra. Un messaggio che rispecchia il pensiero unanime di tutto il partito ungherese dopo “la goccia che ha fatto traboccare il vaso” del voto del gruppo popolare di cambiare regolamento ed espellere intere delegazioni.

I dirigenti del gruppo si sono resi conto che non avevano la maggioranza per espellerci e hanno deciso di cambiare le regole per accomodarle alle situazione politica che si era prodotta”. Questo è il commento dell’ex sottosegretario di Stato ungherese per gli affari europei, Enikő Győri, la quale ha sottolineato come, “invece di trovare una soluzione giuridica” alla questione, il Partito Popolare Europeo abbia deciso di “relegarci agli ultimi della classe”. “Non abbiamo potuto accettare un trattamento del genere”, ricalca l’eurodeputata ungherese, “perché avrebbe significato condannare i cittadini ungheresi ad essere i meno rappresentati all’interno dell’emiciclo europeo”. 

Ma qual è la verità partitica che si cela dietro la decisione di Fidesz di lasciare il PPE? “Fidesz non ha mai cambiato linea, ideologia o veste” ma, anzi, sottolinea Győri, “è rimasta sempre una forza di centro-destra con forti convinzioni politiche circa i valori conservatori”. Il paradosso lessicale vuole che siano stati gli europarlamentari di Fidesz a “spostarsi”, ma “la nostra convinzione” parla, invece, di un “Partito Popolare che si è spostato sempre di più verso il centro, se non addirittura verso la sinistra”. In un “Davide contro Golia” della politica contemporanea, Fidesz ha cercato in tutti i modi di mantenere all’interno della casa europea del centro-destra i valori di Kohl e Martens, ma “dai nostri ‘famigliari’ ricevevamo solo critiche e poca comprensione”. La crisi interna del PPE era ben nota, ma il passare dal “raccontare una determinata realtà alla stampa” allo “scusarsi nei corridoi del Parlamento” ha portato ad una visione irreversibile e ad “un’ipocrisia non più sopportabile”. 

Della stessa idea il presidente del gruppo di Identità e Democrazia, Marco Zanni, il quale ha espresso totale solidarietà per l’uscita di Fidesz dal Partito Popolare Europeo e, anzi, ha rimarcato le motivazioni che hanno portato anche la Lega a ridare credito a questo nuovo progetto di rinnovamento europeo insieme alla formazione di Orbán. “Il Partito Popolare Europeo ha perso molte delle battaglie tradizionale del suo elettorato e ha abbandonato le radici dei temi conservatori”, ha dichiarato Zanni, permettendo che “la protezione delle radici giudaico-cristiane” o “il tela della famiglia tradizionale” fossero di volta in volta analizzate con un “approccio troppo ideologico”, che minava alla loro tutela. “Quest’incontro, adesso, apre uno spazio politico che Fidesz, Lega e PiS intendono riempire con una nuova offerta politica”, ha ribadito il presidente del gruppo ID, sottolineando l’ambizione del progetto di rappresentare, così come le parole del leader Salvini, “un’alternativa a quella fallimentare del PPE”. 

“Un nuovo progetto di destra europea inclusiva”. Ma Wilders, Le Pen e Meloni?

Se Fidesz aveva l’urgenza di “edificare una nova casa sui valori conservatori” per via dei “troppi cittadini delusi” dagli ultimi sviluppi all’interno delle politiche adottate dal PPE, lo stesso vale per il PiS e la Lega, che si trovano in situazioni più stabili ma comunque frammentate. Il partito di governo polacco, infatti, fa parte dei Conservatori e riformisti europei (ECR), gruppo euroscettico e volto al conservatorismo nazionale insieme a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che al momento rappresenta il terzultimo partito, in termini di forza politica, all’interno dell’emiciclo, con 62 eurodeputati; dall’altro lato, la Lega fa parte di Identità e Democrazia (ID), gruppo sovranista e di estrema destra a cui appartengono anche il francese Rassemblement National, partito di Marine Le Pen, e l’olandese Partito per la Libertà, di Geert Wilders, con 75 europarlamentari. Dal punto di vista dei numeri, pertanto, un’alleanza tra i partiti di estrema destra sarebbe sensata: se, come proposto dai tre leader a Budapest, ECR, ID e Fidesz si unissero, diventerebbero il secondo gruppo nel Parlamento europeo per numero di deputati. Quest’alleanza contribuirebbe a spezzare il “cordone sanitario” costruito all’interno dell’emiciclo contro i partiti sovranisti per impedire di legittimare persone e idee contrarie ai valori fondanti dell’Unione. 

Finora, dunque, nessuno è mai ancora riuscito a mettere tutti i partiti insieme, determinando una vera e propria “nuova alleanza transnazionale” tra partiti nazionalisti. I motivi sono ovvi e diversi: Morawiecki del PiS è quello dei tre leader ad essere meno convinto della bontà del progetto, soprattutto a causa della politica estera. Non a caso, la maggioranza dei partiti sovranisti europei, tra cui la Lega e Fidesz, sostiene una politica filorussa, prospettiva decisamente sgradevole al partito polacco, anche in vista del consenso interno alle prossime elezioni nazionali. Dall’altro lato, è Salvini a tenersi aperte varie porte, soprattutto con lo stesso PPE, con cui ha avuto diverse ma timide interlocuzioni negli scorsi mesi. Specialmente in questo momento in cui, in Italia, la Lega fa parte di un governo europeista guidato dall’ex presidente della Banca Centrale Europeo, Mario Draghi, formare un’alleanza euroscettica a livello europeo potrebbe essere problematico.

Il punto più debole di questa catena risulta essere, pertanto, proprio il premier ungherese che, da una parte, minimizza le differenze dicendo che “non c’è argomento sul quale non si possa raggiungere un accordo” e, dall’altra, forse per i motivi sopracitati, “dimentica” di chiamare al tavolo delle trattative le altre personalità importanti del panorama della destra europea. Quanto è davvero inclusiva, allora, questa nuova piattaforma della destra europea? A Budapest si parlava di inclusione e di unione tra le forze sovraniste del Vecchio Continente ma non si è pensato che, per renderla fattibile, si sarebbero dovute prendere in considerazioni le opinioni anche degli altri leader conservatori.

Su questo primo formato abbiamo deciso di includere una rappresentanza per ogni gruppo politico che potrebbe fare parte di questo progetto”. Queste le parole di risposta, a spegnere le critiche, del medesimo eurodeputato della Lega, Marco Zanni, il quale specifica che il Carroccio era a Budapest per fare le veci di ID, il PiS in rappresentanza di ECR, e Fidesz per essere l’immagine di tutta quella parte del PPE a cui non è piaciuta la convergenza dei popolari verso sinistra. “Il senso non era quello di escludere, né di mettere veti”, rimarca il presidente di ID, ma, anzi, “solo quello di creare un dialogo iniziale, a cui si aggiungeranno altri partecipanti tra cui Le Pen, Wilders e Meloni, per creare un progetto sostenibile e di successo”. Inoltre, nota non da dimenticare è la caratteristica fondamentale legata al processo decisionale interno che ogni partito partecipante ha all’interno del proprio ambiente politico nazionale. Non a caso, l’obiettivo iniziale di questo avvicinamento tra Budapest, Varsavia e Roma era quello di incontrarsi in un minimo comun denominatore: avere al tavolo delle trattative “partiti che fossero già al governo”. Lo stesso Zanni, infatti, sottolinea come il PiS, così come Fidesz, fossero all’incontro perché esprimano in Polonia ed in Ungheria il primo ministro, mentre in Italia, la Lega, all’interno del governo Draghi, rappresenti il primo partito in termini di sondaggi. 

 

Della stessa idea l’eurodeputata Fidesziana, Enikő Győri, la quale ha fatto intendere che la scelta di non includere le altre figure di spicco della destra sovranista europea è derivata “solo ed esclusivamente perché contavamo di iniziare questo dialogo innanzitutto con le forze di governo nazionali”. “Sappiamo molto bene che ci sono delle differenze che bisogna limare con il tempo”, ha ribadito l’ex ministro degli esteri magiaro, “e proprio per questo motivo abbiamo iniziato questo tavolo preliminare per sondare il terreno sui prossimi passi da compiere”. “Va da sé che”, continua la Győri, “il progetto è destinato ad allargarsi anche ad altri partiti partecipanti”, ma “sarà importante imporre delle pietre miliari” su cui fondare le basi di questa nuova casa della destra europea: “no all’antisionismo e no all’uscita dall’Unione europea”. Secondo l’eurodeputata ungherese, infatti, gli standard democratici con cui imporsi come potenziale e futura seconda potenza politica all’interno del Parlamento europeo “dipendono dal rispetto dello stato di diritto, dall’autonomia nazionale e dalla cooperazione di partiti che, però, hanno il controllo delle proprie competenze statali”. 

 

Il “Rinascimento conservatore europeo” può minare alla salute del centro-destra italiano

Era la fine di febbraio scorso quando Orbán mandava una lettera di “corteggiamento” alla presidentessa per eccellenza dei conservatori in Europa: Giorgia Meloni. “Pronti a cooperare con Fratelli d’Italia”, aveva scritto, rimarcando la voglia di Fidesz di affidarsi all’attuale unica e vera opposizione politica in Italia e di accogliere la compagine italiana come “compagni affidabili per una visione comune del mondo”. Dall’altro lato, il co-presidente del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, Raffaele Fitto, aveva accolto a braccia aperte le frasi d’amore del premier magiaro, dichiarandosi allo stesso modo con un bel “l’ECR è la vera casa dei valori conservatori”. Due mesi dopo, il botta e risposta degno di Romeo e Giulietta sembra aver cambiato faccia, sponda Salvini, mettendo da parte, per il momento, gli strascichi delle attenzioni e degli ammiccamenti più recenti.

Meloni non ha preso benissimo questo “due di picche” in versione light da parte di Orbán, anche se si è dichiarata “pronta ad allargare la famiglia dei conservatori”. Ma ad una condizione: “Siamo disponibili a parlare di ingressi, non di scioglimenti o fusioni”. Il diktat della leader di Fratelli d’Italia sembra essere chiaro: o mi chiedete di entrare e mi fate fare la mia parte, o ringrazio per l’offerta e vado avanti da sola. In tutto questo trambusto politico-ideologico, entra in gioco anche la “variante italiana”, che non ha niente a che vedere con il Covid-19, ma che mette a dura prova i nervi del centro-destra italico. Due settimane fa, infatti, Meloni aveva presentato la mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma, proprio sul più bello, la Lega l’aveva salvato, creando un vortice di critiche pronte ad esplodere da qualsiasi parte del parlamento italiano. “Non metteremo in difficoltà il governo”, aveva anticipato il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo.

Chissà perché, invece, la Lega pare mettere in difficoltà FDI in Europa, mettendosi di traverso nel rapporto con Orbán. La domanda in Europa che sorge spontanea, pertanto, è quella che, allo stesso modo che in Italia, ancora non riesce a trovare una risposta: è davvero possibile la creazione di un’unica e grande piattaforma sovranista? Le dinamiche europee parlano di un ago della bilancia che tende ancora troppo verso la Russia, protetta dalla maggior parte dei partiti sovranisti europei, tra cui Fratelli d’Italia di Meloni, ma anche nemica mal digerita dal PiS, che detiene le chiavi dell’ECR. Senza dimenticare la variabile dell’euroscetticismo, che mette in guardia Fidesz dall’unirsi con Rassemblement National di Le Pen, ed il Partito per la Libertà di Wilders con la Lega europeista “post-Draghi”. Le dinamiche italiane, invece, narrano di una storia di “domino politico”, in cui Meloni cerca di far cadere Salvini e Salvini cerca di nascondere Meloni ai riflettori del nuovo sovranismo. 

I “New Conservatives” europei hanno bisogno di tempo e di pazienza per nascere ma, senza ancora un piano concreto che punti a limare le differenze di vedute interne, la nuova piattaforma della destra europea sembra già sul punto di implodere su sé stessa.