Ue e terrorismo: dallo sdegno all’azione

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Investigatori al lavoro dopo l'attentato a Vienna. [EPA-EFE/CHRISTIAN BRUNA]

Ormai da troppo tempo gli attacchi terroristici, talvolta le stragi, ci colpiscono come un pugno in faccia, che fa male, ci fa piangere come bambini, lasciando un livido che passa da solo dopo poco tempo, e non richiede interventi e cure di lungo periodo. E così, dopo un po’, ne arriva un altro. E si ricomincia. Ora è toccato a Francia ed Austria, e tutti gli europei hanno espresso la loro solidarietà e cordoglio.

Che si tratti di preti cristiani nelle chiese europee o in Medio Oriente, di ebrei in Europa o Israele, di un naufragio di migranti, di studentesse africane, di musulmani di varie confessioni in lotta tra loro, di profughi nei vari campi in cui vivono, di vignettisti e giornalisti in giro per il mondo, la nostra indignazione è tanto impetuosa quanto di breve durata. Produce azioni simboliche, manifestazioni, post, tweet, in grado di esprimere le nostre emozioni, il nostro cordoglio e di alleviarci il dolore facendoci credere che “abbiamo fatto qualcosa”, e “non siamo rimasti indifferenti”. Ma sembra incapace di tramutarsi in un’azione concreta, ragionata e di lungo periodo per cambiare le cose.

La cosa più grave è che questo atteggiamento di sdegno morale e inazione politica è diffuso tanto tra i cittadini quanto tra i governi e le elites politiche. Tutto intorno all’Europa il mondo brucia: dall’Ucraina alla Bielorussia, dal Nagorno-Karabach alla Mediterraneo orientale, dal Medio Oriente al nord Africa, dove ci siamo assuefatti anche alle guerre civili.

Chiaro: ora c’è la pandemia del Covid-19 da gestire. Ma è un atteggiamento che va avanti da molto, troppo tempo. In fondo possiamo derubricare gli attacchi come l’eccezione, e fingere di essere al sicuro, rimuovendo i rischi che l’instabilità tutto intorno a noi comporta per la nostra sicurezza e il nostro modo di vivere.

Dal 1945 non siamo mai stati sovrani, l’Europa essendo divisa in satelliti americani e russi, e non ci siamo mai occupati delle cose del mondo, lasciando alle super-potenze di farlo. Di fronte all’ascesa cinese l’attenzione americana si è spostata sul Pacifico e il vuoto di potere conseguente ha creato un’instabilità strutturale in Africa e Medio Oriente che solo l’Europa può cercare di contrastare. Ma gli Stati nazionali, mai come oggi “polvere senza sostanza” come ricordava Luigi Einaudi dalle stanze del Quirinale, restano gelosi di quelle competenze che non sanno esercitare. L’Unione quindi continua a non avere le competenze, i poteri e le risorse in materia di intelligence e anti-terrorismo, di politica estera e di sicurezza, di migrazioni e asilo. Procedere nell’integrazione europea sul piano della sicurezza significa creare un’intelligence europea, ampliare i poteri della Procura europea ai crimini legati al terrorismo, rafforzare la Cooperazione strutturata permanente sulla difesa per procedere verso una vera difesa europea, superare il voto all’unanimità in tutte queste materie ed avere una rappresentanza esterna unitaria dell’Euro nelle organizzazioni internazionali economiche e poi dell’UE in quelle politiche. Il resto sono solo lacrime di coccodrillo.