Mattarella-Pahor: un atto di giustizia e un bisogno di futuro

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Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente della Repubblica di Slovenia, Borut Pahor, davanti al monumento ai caduti sloveni,dove hanno deposto congiuntamente una corona di fiori. [Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica]

“Bene hanno fatto i due presidenti a prevedere questo incontro e ad esserne protagonisti”, scrive lo studioso Marco Stolfo su EURACTIV Italia.

“E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure”. Le parole di una celebre canzone di Francesco De Gregori ben si prestano a descrivere l’incontro di ieri a Trieste tra il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, e il suo omologo sloveno, Borut Pahor. Ciò vale da più punti di vista: per i suoi contenuti, per le sue modalità di svolgimento, per la sua copertura mediatica, per il contesto culturale, politico e istituzionale in cui si inserisce, per i diversi riferimenti alla storia del Novecento ai quali si collega, per il suo valore simbolico e quindi per le speranze e le aspettative che genera nonché per qualche non celata contraddizione che lo ha accompagnato e probabilmente lo accompagnerà.

È sicuramente un “pagina chiara” l’origine della giornata di ieri. L’appuntamento venne infatti concordato lo scorso 11 ottobre ad Atene, a margine dell’incontro informale tra tredici capi di stato europei, al quale avevano preso parte anche Mattarella e Pahor. In quell’occasione, confermando “gli ottimi rapporti e la sincera amicizia tra Slovenia ed Italia”, come ricordano le agenzie, i due presidenti concordarono la loro partecipazione congiunta alla cerimonia solenne del centesimo anniversario dell’incendio del Narodni Dom, sede storica di istituzioni culturali, sociali ed economiche della comunità slovena triestina nonché di entità croate e ceche, contro cui proprio il 13 luglio 1920 fu condotto un vero e proprio assalto da parte di una folla infuriata, guidata dal segretario del Fascio di combattimento triestino Francesco Giunta, che ne aveva acceso gli animi poco prima in un comizio grondante di odio verso “i mestatori jugoslavi”.

Quel fatto costituisce una “pagina scura” della storia contemporanea italiana ed europea, l’apoteosi di una serie di violenze ai danni dei cosiddetti “allogeni”, che in quel territorio naturalmente multilingue e plurinazionale prese il via già durante l’estate del 1919 e proprio quella sera di cent’anni fa interessò l’edificio progettato da Max Fabiani e si estese ad altri appartamenti, uffici, banche, scuole, negozi, osterie: una sequenza di pestaggi e distruzioni, il cui spirito e la cui sostanza saranno la cifra dello squadrismo fascista e poi della nuova legalità imposta dalla dittatura.

Bene hanno fatto i due presidenti a prevedere questo incontro e ad esserne protagonisti, ricordando e condannando la violenza di cent’anni fa e formalizzando altresì la restituzione del Narodni Dom alla comunità slovena triestina, con la firma di un protocollo d’intesa che prevede l’attribuzione dello stabile ad una fondazione costituita dalle associazioni espressione di quella comunità, come è stabilto anche dall’articolo 19 della legge 38/2001, dedicata proprio alla tutela della minoranza slovena presente in Friuli e a Trieste.

Probabilmente sarebbe stato sufficiente ricordare il 13 luglio 1920 in quel modo, lanciando così un messaggio forte, chiaro e univoco di memoria viva, di rispetto, di conoscenza, di riconoscimento, di riconciliazione, di collaborazione, di solidarietà, di futuro, di Europa. Invece Mattarella e Pahor hanno fatto di più, seguendo un protocollo fitto e per certi versi frettoloso, in cui si sono affastellate altre pagine dolorose e in qualche caso anche scritte e lette in maniera controversa.

Il programma della giornata di Mattarella e Pahor è cominciato da Basovizza: prima con l’omaggio congiunto alle vittime delle foibe, nel luogo che ospita abitualmente la celebrazione principale della Giornata del ricordo, e poi con una sosta davanti al cippo dedicato agli sloveni Zvonimir Miloš, Franc Marušič e Alojz Valenčič e al croato Ferdo Bidovec, fucilati su sentenza del Tribunale speciale fascista all’alba del 6 settembre 1930 con l’accusa di terrorismo e considerati a ragione tra i primi martiri antifascisti. In entrambi i casi i due presidenti, insieme, hanno deposto una corona di fiori e si sono tenuti per mano: la prima volta per iniziativa di Mattarella, la seconda su proposta di Pahor.

I media italiani hanno dedicato la loro attenzione soprattutto al primo momento, un po’ seguendo gli automatismi di quel nazionalismo che Michael Billig ha definito “banale” e un po’ in linea con una certa narrazione ideologica della storia recente del cosiddetto “confine orientale”, alla quale sono altresì riconducibili omissioni e approssimazioni. Per esempio: dal quotidiano che nel titolo si rifà ai fatti “di settantacinque anni fa” (ma dal 13 luglio 1920 non è passato un secolo?) al servizio televisivo che rievoca l’incendio del Narodni Dom senza citare gli incendiari e dallo storico di fama che su un altro giornale cita “le foibe di Basovizza” ai tanti resoconti che parlano di “minoranza slava”, sino all’agenzia che definisce lo scrittore Boris Pahor, nato a Trieste il 26 agosto 1913, “sloveno naturalizzato italiano”.

Al netto di tutto ciò, qualcosa di importante “rimane”: un atto di giustizia, uno sforzo di memoria,  un segno di pace, un bisogno di futuro e di Europa.

Marco Stolfo è dottore di ricerca in Storia del federalismo e dell’unità europea e dal 2013 è titolare del modulo Jean Monnet MuMuCEI (Multilingualism, Multiculturali Citizenship and European Integration) presso l’Università degli Studi di Udine. Collabora con il Dipartimento di Studi Giuridici e con il Centro interdipartimentale di ricerca sulla lingua e la cultura del Friuli dell’ateneo friulano.