L’ultimo Consiglio europeo di Angela Merkel segna la fine di un’era

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La cancelliera tedesca Angela Merkel. [EPA-EFE/JOHANNA GERON / POOL]

Quello che si conclude oggi (venerdì 25 giugno) è l’ultimo vertice europeo di Angela Merkel. Una leader che per anni è stata baluardo della politica del rigore, ma anche in grado di rilanciare il progetto europeo con svolte inattese. Per l’Europa è la fine di un ciclo.

Per quasi 16 anni la cancelliera tedesca è stata una figura cardine della politica europea. Quando ha partecipato al suo primo Consiglio europeo nel dicembre 2005, tra i suoi colleghi c’erano Jacques Chirac, Silvio Berlusconi e Tony Blair. Da allora ha visto avvicendarsi quattro presidenti francesi, otto presidenti del Consiglio italiani e cinque primi ministri britannici.

Sedici anni dopo il Regno Unito ha detto addio all’Ue e l’Unione ha attraversato varie crisi, da quella del 2008 a quella causata dalla pandemia di Covid. Ora che la cancelliera 66enne si appresta ritirarsi dalla politica, dopo il voto di settembre in Germania, gli analisti si interrogano su chi possa raccoglierne l’eredità in Europa.

Macron o Draghi? I possibili eredi

Per molto tempo si è dato quasi per scontato che spettasse al presidente francese, Emmanuel Macron, co-firmatario del Trattato di Aquisgrana che nel 2019 ha rilanciato l’asse franco-tedesca. Ma dopo l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi in molti ritengono che possa essere proprio il presidente del Consiglio italiano il protagonista della politica europea dei prossimi mesi o quanto meno il co-leader di un nuovo asse italo-francese. Le Figaro era pronto a scommetterci già ad aprile. “I punti di convergenza tra Draghi e Macron sul Recovery Plan e sulla ripresa economica potrebbero portare a un ulteriore avvicinamento tra questi due paesi, che avrebbero molto da guadagnare da una maggiore sinergia politica. Con l’uscita del cancelliere tedesco Angela Merkel dalla scena nazionale ed europea, la Francia e l’Italia potrebbero assumere insieme la leadership dell’Ue per spingere verso un nuovo modello europeo, meno germano-centrico e più coerente con i valori economici e politici del Vecchio Continente”, scriveva il quotidiano francese.

Una leader europea

Per comprendere il peso dell’eredità politica di Merkel, è necessario ricordare alcune sue decisioni che hanno determinato svolte inattese, ma anche il suo rigore e la sua cautela che per molto tempo hanno impedito all’Europa di fare passi avanti verso una maggior integrazione.

Tra le svolte vale la pena ricordare la decisione di accogliere nel 2015 oltre un milione di rifugiati in fuga dalla Siria e dall’Afghanistan, evitando una tragedia umanitaria e avviando uno dei più ampi programmi di integrazione mai realizzati in Europa. Dopo questa scelta, però, Merkel fu anche colei che spinse per sancire il controverso accordo con la Turchia per frenare i flussi lungo la rotta balcanica. Flussi che in realtà, come sappiamo, non si sono mai fermati. Il “problema” è stato solo spostato in Paesi come la Bosnia o la Macedonia.

Senza il pragmatismo e il carisma della cancelliera non sarebbe stato possibile raggiungere un compromesso sul Recovery Plan, che ha portato alla nascita del piano economico più imponente della storia europea, per salvare il Vecchio Continente dopo la crisi prodotta dalla pandemia. Un risultato impensabile fino a prima, ottenuto grazie alla mediazione di colei che dopo la crisi del 2008 aveva imposto la Troika ai greci e l’austerity.

La capacità di mediare, oltre alla grande esperienza, è una dote riconosciuta e apprezzata dai suoi colleghi europei. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen il mese scorso ha detto che Merkel è “infinitamente apprezzata” in Europa “per la sua grande esperienza”. “Quando siamo ai ferri corti, lei arriva con un’idea e ci ricorda cosa è importante e rompe l’impasse – ha sottolineato -. Questo potere di unire naturalmente ci mancherà”.

“Quando inizia a parlare al Consiglio europeo, molte persone spesso guardano ancora i loro iPhone”, ha raccontato il premier olandese Mark Rutte. “Ma poi tutti mettono via i loro iPhone. Le penne vengono messe giù. E noi la ascoltiamo”.

Compromessi e ambivalenze

Sul fronte della politica estera Merkel ha tentato di conciliare l’atlantismo con gli interessi economici verso Cina e Russia, decidendo di fatto di non scegliere quale fosse la priorità. La posizione ambivalente della cancelliera sulla Russia ha spesso disorientato i partner europei, in particolare quelli dell’Est, che temono che il gasdotto Nord Stream 2, quasi completato, rafforzi Mosca a loro spese. Giovedì 24 giugno, il Consiglio europeo dopo quattro ore di dibattiti ha respinto la proposta di Merkel e Macron di riaprire un canale di dialogo diretto con il presidente russo, Vladimir Putin.

Anche nei confronti della Cina la cancelliera ha sempre cercato di porre l’accento sulle aree di cooperazione, arrivando a firmare prima della scadenza della sua presidenza di turno dell’Ue un accordo sugli investimenti che le ha attirato le critiche di numerosi attivisti e dello stesso Parlamento europeo.

Il settimanale tedesco Der Spiegel, facendo un bilancio sull’era Merkel, ha evidenziato che “l’Ue è oggi in condizioni peggiori rispetto all’inizio del suo cancellierato nel 2005”: il divario fiscale tra nord e sud è aumentato, c’è stata la Brexit, l’ascesa di “democrazie illiberali” in Polonia e in Ungheria e non si è riusciti ancora a trovare una soluzione per la gestione delle frontiere esterne. “Non è tutta colpa della Merkel – scrive il settimanale -. Ma poiché ha guidato il più grande paese d’Europa e la prima potenza economica per 16 anni, non si può dire che le cattive condizioni dell’Ue non hanno nulla a che fare con lei”. Questo è sicuramente vero, ma il discorso si può anche ribaltare. Senza la leadership della cancelliera tedesca  l’Europa, forse, non avrebbe superato alcuni momenti di crisi o ne sarebbe uscita ancora più fragile.