La realtà e i rischi per l’Italia

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la sua informativa in Parlamento. [EPA-EFE/ETTORE FERRARI / POOL]

L’interdipendenza economica e politica raggiunta è tale che nell’Unione ci si salva solo insieme. L’ultima cosa che l’Italia può permettersi è un governo che apra nuovamente uno scontro continuo con l’Unione, scrive il direttore di Euractiv Italia Roberto Castaldi.

L’Italia è oggi un Paese che dipende in tutto e per tutto dall’Unione europea. L’enorme aumento del deficit e del debito pubblico è reso possibile solo ed esclusivamente dal massiccio acquisto di titoli italiani da parte della Banca centrale europea. Il giorno che le misure straordinarie della Bce verranno meno e che il Patto di stabilità e crescita tornerà ad essere applicato la sostenibilità del nostro debito dipenderà dalla credibilità della nostra politica economica e fiscale e dalle prospettive di crescita, che a loro volta dipendono da quanto faremo del Recovery plan, ovvero da quali investimenti e riforme strutturali considereremo prioritari. In sostanza il presente dipende dalla Bce e il futuro dalla solidarietà europea che si manifesta attraverso il Recovery plan. Eppure sembra che la classe dirigente italiana sia del tutto inconsapevole di questa situazione.

In questo quadro il rifiuto ideologico dell’utilizzo della linea pandemica del Meccanismo europeo di stabilità da parte del M5S è insensato. Dimostra che la svolta europeista del M5S è ancora incompleta e incompiuta. E indebolisce l’appello europeista fatto dal presidente Conte alle Camere. La realtà è che quella linea pandemica è finalizzata a rafforzare la sanità e ha meno vincoli dei fondi del Recovery plan, che sono invece finalizzati a riforme e investimenti. Usare il Recovery Plan invece che il Mes per la sanità significa dunque rinunciare a investimenti e riforme. I fondi del Mes sono a tassi negativi, quindi inferiori a quelli con cui oggi l’Italia si indebita sui mercati, nonostante gli acquisti della Bce, che oggi detiene un ammontare di titoli italiani superiore all’indebitamento italiano dell’ultimo anno. D’altronde anche in altre forze della maggioranza come Leu ci sono persone come Stefano Fassina, che per anni hanno sostenuto l’uscita dall’euro, addirittura fondando Patria e Costituzione, ora riconvertito all’Europa e in particolare alla Bce, da cui spera arrivi la sterilizzazione del debito acquistato durante la pandemia. E questo rende più difficile per le forze europeiste nell’opposizione rispondere all’appello alla responsabilità del premier Conte.

Anche perché sul piano della politica internazionale il presidente Conte è stato abbastanza reticente nel suo discorso, come nelle settimane passate, a parte il riferimento quasi rituale alla Nato e all’Europa. In particolare ben poco ha detto rispetto all’avventurismo di Trump o ai rapporti con la Cina, anche con riferimento alla situazione a Hong Kong e Taiwan. In una fase in cui Biden propone un’alleanza delle democrazie, in cui la pericolosità della penetrazione cinese viene discussa in tutto l’Occidente, il premier che ha portato l’Italia a firmare il Memorandum sulla Via della seta forse qualcosa avrebbe potuto dire.

Ancora più preoccupante è il fatto che gran parte dell’opposizione continui ad attestarsi su una linea nazionalista e anti-europea, come dimostra l’attacco all’Unione europea nei discorsi alla Camera dei rappresentanti di FdI e Lega, che ha affidato il compito di esprimere la propria posizione al fautore dell’uscita dall’euro Claudio Borghi, che finge di non sapere quanto sia stata decisiva la Bce nel rendere possibile il deficit italiano del 2020. Mentre le forze teoricamente europeiste del centro-destra, non ritengono evidentemente che la prospettiva europea sia sufficientemente importante da farne un punto dirimente per le proprie alleanze politiche. Che non si può essere europeisti e nazionalisti allo stesso tempo. Che non si può pensare che l’Europa sia lo strumento della ripresa e al contempo il nemico.

Così il rischio per l’Italia è che – in una fase in cui in molti Paesi d’Europa la linea di divisione politica fondamentale sta diventando quella proposta dal Manifesto di Ventotene, tra chi vuole costruire una federazione europea e chi vuole rimanere nel quadro degli Stati nazionali ottocenteschi – la classe politica continui a perseguire un consenso effimero con narrazioni false, che impediscono di vedere il dato reale. L’interdipendenza economica e politica raggiunta è tale che nell’Unione ci si salva solo insieme. Che senza la Bce e il Recovery plan non avremmo speranze. Che l’unico grande progetto di governo e trasformazione per il futuro è il Next Generation Eu, che mira a trasformare la società e l’economia europea, guidando la transizione ecologica e digitale a favore delle nuove generazioni, inclusa una nuova regolamentazione dell’economia digitale volta a tutelare le libertà ed i diritti fondamentali insieme allo stato di diritto. E che dunque l’ultima cosa che l’Italia può permettersi è un governo che apra nuovamente uno scontro continuo con l’Unione, dal cui sostegno e solidarietà dipendiamo completamente.