Orbán, Salvini e Morawiecki provano a costruire un nuovo partito europeo. Tutti i punti in comune e tutte le differenze

Il primo ministro ungherese Viktor Orban e Matteo Salvini, al tempo ministro dell'interno, durante la loro visita al confine ungherese-serbo vicino a Roszke, il 2 maggio 2019. EPA-EFE/Balazs Szecsodi

Viktor Orbán e Mateusz Morawiecki sono rispettivamente i capi di governo di Ungheria e Polonia, due paesi sempre più distanti dai valori europei e dai principi dello stato di diritto. Matteo Salvini, ad oggi, è il leader della Lega Nord e anche se il suo partito è nella compagine di governo, non riveste in prima persona alcun incarico governativo.

Viktor Orbán, il premier ungherese, anche se fino a pochissimo tempo fa aderiva alla famiglia europea del PPE (Partito Popolare Europeo), un partito di centro-destra, europeista, che accoglie moderati e cristiano-democratici, è da molto tempo una delle personalità di spicco del frastagliato mondo dei nazionalisti euroscettici. Il suo partito, Fidesz, porta avanti le istanze dell’ultraconservatorismo nazionalista, esattamente come il partito polacco al governo (PIS, o Diritto e Giustizia) che aderisce al Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), partito europeo di cui è Presidente Giorgia Meloni. La Lega Nord, invece, aderisce attualmente ad un partito ancora diverso: quello di Identità e Democrazia.
L’incontro a Budapest sembra un primo passo per capire se è possibile dar vita ad un nuovo partito europeo e sembra allontanare definitivamente l’ipotesi di un ingresso della Lega nel PPE, sostenuto da Giorgetti e ipotizzato “con favore” dal segretario PD Letta ospite, proprio insieme a Salvini, dell’Ispi per la presentazione del rapporto annuale. L’idea di Salvini è che il Ppe sia «ormai sbilanciato a sinistra».
In un incontro con la stampa estera, Salvini ha però detto che la sua idea è piuttosto quella di unire le famiglie europee di Identità e Democrazia (che comprende la Lega) e dei Conservatori e Riformisti, in modo da creare la seconda fazione più grande al Parlamento europeo.

Nonostante le attuali diverse collocazioni rispetto alla geografia politica europea, infatti, i tre partiti hanno diverse parole d’ordine comuni che appartengono alla semantica nazionalista, euroscettica e tradizionalista cattolica, – anche se su quest’ultimo punto, al di là della retorica anti-islamica, le posizioni leghiste sembrano molto più moderate rispetto a quelle ungheresi e polacche -.
Come l’ex Presidente americano, Donald Trump, come Giorgia Meloni, o Marine Le Pen, o come l’olandese Geert Wilders, anche Viktor Orbán, Mateusz Morawiecki e Matteo Salvini incarnano il mondo nazionalista dell’ultradestra che negli ultimi anni ha conquistato consensi soprattutto sul tema dell’immigrazione e della salvaguardia dell’identità nazionale. Non è un caso che in precedenza Orbán avesse portato proprio Salvini a visitare il muro che aveva fatto costruire (dai detenuti) per impedire il transito dei migranti.

Però le differenze non sono poche: quella principale, al momento, sembra il fatto che la Lega di Salvini sostenga il governo europeista di Mario Draghi, mentre Budapest e Varsavia sono da tempo in guerra aperta con Bruxelles (ammonite più volte dalla Corte di Giustizia UE, sullo stato di diritto avevano persino minacciato di bloccare il Recovery plan).
Ma vi sono altri elementi “scomodi” per un partito di governo come la Lega di Salvini e Giorgetti: la questione del totale controllo dei media da parte del governo ungherese (la condizione dei media ungheresi è diventata il centro di un intenso dibattito pubblico in Europa dopo che il Consiglio nazionale dei media ungherese, gestito esclusivamente da persone del partito al potere Fidesz, ha revocato la frequenza dell’ultima radio non allineata, Klubrádió, a febbraio) stride con le posizioni leghiste sulla libertà di stampa; così come la questione dell’indipendenza della magistratura in Polonia, anche se Salvini nell’evento di presentazione del rapporto Ispi ha spiegato che «nessuno è legittimato a dare patenti di democrazia», riferendosi evidentemente alle accuse rivolte a Polonia e Ungheria.

Una distanza più significativa, però, sembrerebbe la questione dei rapporti con Mosca. Se Orbán e  Morawiecki, come gli altri rappresentanti dei paesi dell’est, condividono una forte opposizione alla Russia di Putin, Salvini su questo ha una posizione diversa. La Lega è contraria alle sanzioni UE contro la Russia, così come i francesi di Rassemblement National, i tedeschi di Alterantive fur Deutschland e gli austriaci dell’FPO e rispetto alla risoluzione di condanna per l’arresto dell’oppositore russo Alexei Navalny gli eurodeputati leghisti si sono astenuti.

Prevarranno i punti di contatto o le distanze?