Il Montenegro al voto tra voglia d’Europa, scandali e tensioni religiose

Una donna passa davanti al cartellone del Partito democratico dei socialisti (Dps) del presidente in carica Milo Djukanovic, in vista delle prossime elezioni parlamentari, previste il 30 agosto 2020. EPA-EFE/BORIS PEJOVIC

Domenica 30 agosto la piccola nazione balcanica, candidata all’adesione Ue e membro della Nato, deciderà il prossimo governo: il clima nel Paese però non è sereno, sospeso tra voglia d’Europa, corruzione e contrasto religioso.

Importante appuntamento elettorale per il Montenegro, che domenica prossima si appresterà a rinnovare il Parlamento. Lo schieramento del presidente Milo Djukanović, il Partito democratico dei socialisti del Montenegro (Dps), è una delle forze politiche più longeve e salde dei Balcani: ha guidato il Paese dalla fine del comunismo negli anni ’90 all’indipendenza dalla Serbia nel 2006 ed ora apre le porte dell’ingresso nell’Unione europea.

Il leader pro-occidentale del Montenegro sta lottando per estendere la presa trentennale del suo partito, in un contesto in cui secondo i sondaggi i temi più rilevanti e sensibili per l’elettorato sono quello dell’identità e quello legato ai timori per la crisi economia dovuta alla pandemia. Oggi però Djukanović è accusato dai rivali di aver costruito una rete di clientelismo e corruzione.

La coalizione di governo ha attualmente uno stretto margine – 42 su 81 seggi in Parlamento – e si prevede che il prossimo esito sarà ancora più “risicato” rispetto alle precedenti elezioni, ha dichiarato Miloš Bešić, analista di Podgorica.

Il voto arriva in un anno di turbolenze politiche, con grandi proteste contro il presidente a causa di una legge che interessa gli ambiti religiosi che ha scatenato tensioni intorno all’identità nazionale che ancora ossessiona il Montenegro, 14 anni dopo la sua separazione dalla Serbia.

La linea religiosa

Da un lato dello spartiacque c’è il Dps di Djukanović, che si propone come protettore della nazione montenegrina e dell’allineamento pro-occidentale dello Stato.

Il presidente uscente, 58 anni, si è guadagnato i plausi per aver messo il Montenegro sulla strada dell’Ue, ma i critici lo accusano di gestire il Paese come un feudo personale, arricchendo se stesso e i suoi alleati, mentre molte persone comuni lottano per sbarcare il lunario.

Dalle ultime elezioni parlamentari del 2016, hanno cominciato ad emergere crepe nel suo governo. La prima l’anno scorso per uno scandalo di corruzione, quando un magnate di alto profilo ha detto di aver dato tangenti al Dps per anni.

La Freedom House, con sede negli Stati Uniti, quest’anno ha declassato il Montenegro da democrazia a “regime ibrido”, citando proprio le modalità di esercizio del potere di Djukanović.

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L’inizio del 2020 ha portato a nuove proteste contro una legge controversa che potrebbe consegnare allo Stato la proprietà dei monasteri gestiti dalla Chiesa serbo-ortodossa di Belgrado.

Questa legge è stata vissuta come un oltraggio dai seguaci ortodossi – il principale corpo religioso del Paese – e ha rafforzato l’opposizione di destra filo-serba, nota come Fronte democratico.

Circa un terzo della popolazione  ancora oggi si identifica come serba e alcuni nazionalisti negano l’esistenza di un’identità montenegrina separata.

Djukanović da parte sua ha usato questa vicenda per alimentare i timori di minacce all’indipendenza del Montenegro, accusando i leader della Chiesa di cercare di “serbizzare” il Montenegro.

Ha ricordato gli eventi delle ultime elezioni, quando le autorità hanno detto di aver sventato un tentativo di colpo di Stato sostenuto dai russi, per far deragliare i piani del Montenegro per entrare nella Nato.

Per la vicenda due leader dell’opposizione filo-serba sono stati incarcerati, ma essi sostengono che si tratti di un modo per metterli a tacere.

I problemi economici

Molti elettori lamentano la mancanza di attenzione per le questioni economiche urgenti – soprattutto perché la pandemia colpisce un settore vitale che è quello turistico.

“Trovo devastante che gli elementi chiave della campagna siano le bandiere, la chiesa, la fede, e non i bassi salari, la mancanza di opportunità di progresso, i giovani che se ne vanno”, ha detto Milica, una trentaseienne proprietaria di un negozio di artigianato a Podgorica.

Un crollo della domanda turistica – in calo del 92% quest’estate – dovrebbe provocare un’ondata devastante nell’economia, cresciuta negli ultimi anni grazie al settore, che rischia di essere la peggiore contrazione dai tempi dell’indipendenza.

Vi sono però anche i timori legati al fatto stesso di votare nel bel mezzo della pandemia, che ha contagiato quasi 4.500 persone e ne ha uccise circa 90.

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