Guerra interna nel Ppe, Orbán minaccia di abbandonare il partito europeo di centro-destra

Il primo ministro ungherese Viktor Orban in occasione del 30° anniversario della cooperazione di Visegrad a Cracovia, Polonia, 17 febbraio 2021. EPA-EFE/Art Service 2

Le strade del partito di Viktor Orbán e quelle del gruppo dei popolari europei potrebbero dividersi definitivamente. Il primo ministro ungherese avrebbe lanciato un ultimatum contro il cambiamento delle regole interne al partito: divorzio alle porte.

Quando sentiamo parlare di Viktor Orbán, delle sue politiche autoritarie, della mancanza del rispetto delle regole dello stato di diritto, dell’ultraconservatorismo nazionalista del suo partito Fidesz, associamo la sua figura a quella dell’ex Presidente americano, Donald Trump, a quella di Giorgia Meloni, o di Marine Le Pen, o a quella dell’olandese Geert Wilders.

Eppure, Viktor Orbán, teoricamente non è un alleato di tutti questi leader di partiti nazionalisti e di estrema destra. I suoi alleati sono invece tutti i partiti moderati che fanno parte della famiglia europea del PPE, il gruppo di centro-destra che detiene la maggioranza dei seggi al Parlamento Europeo: Forza Italia, l’Unione Cristiano-Democratica di Germania, il Partido Popular spagnolo e tutte le altre forze politiche moderate e liberal-conservatrici. Il partito, per intendersi, di Ursula von Der Leyen.

Sembrano due mondi politici molto distanti e in effetti lo sono. La tendenza autoritaria e illiberale dell’uno mal si concilia con la tradizione che fa riferimento a De Gasperi e Adenauer. Non è un caso che Fidesz sia di fatto sospeso dal PPE da marzo 2019: questo significa che da allora non ha diritto di voto, di partecipare agli incontri del partito o di proporre candidati per le varie cariche interne. Poco più che piccoli fastidi che non hanno in realtà danneggiato in alcun modo il partito ungherese.

Le cose però potrebbero cambiare. La settimana scorsa, Il capogruppo Manfred Weber e altri leader del gruppo PPE hanno fatto un passo avanti verso un inasprimento delle condizioni per i partiti sospesi dal gruppo. La risposta del primo ministro ungherese Viktor Orbán non si è fatta attendere: Fidesz lascerà il gruppo del Partito Popolare Europeo (PPE) piuttosto che accettare una sospensione secondo le nuove regole. La modifica del regolamento interno del partito europeo sembra essere un perfetto escamotage per prendere definitivamente le distanze dal partito ungherese. Anche senza i fedelissimi di Orbán, infatti, il PPE rimarrebbe tranquillamente il maggior partito politico nel Parlamento europeo.

“Voglio informarla, signor presidente, che se le disposizioni accettate alla riunione della presidenza e dei capi delle delegazioni nazionali il 26 febbraio saranno messe ai voti e adottate, Fidesz lascerà il gruppo”, ha scritto Orbán a Weber, innescando da quel momento un serrato botta e risposta con vari esponenti del PPE. Othmar Karas, membro austriaco del PPE e vicepresidente del Parlamento, ha detto che il gruppo non si piegherà alle pressioni di Orbán. Katalin Novák, invece, ministro ungherese della famiglia e vicepresidente di Fidesz, ha accusato alcuni membri del gruppo di impegnarsi in “inaccettabili” lotte intestine in piena pandemia.

Il momento di maggiore frizione tra il partito ungherese e la sua famiglia europea di riferimento si è avuto con la prolungata minaccia da parte di Orbán di porre il veto sul Recovery Plan, negli ultimi mesi del 2020, se l’erogazione de fondi fosse stata vincolata al rispetto dello stato di diritto. È probabilmente in quel momento che la distanza è diventata incolmabile. Già a fine novembre, Manfred Weber aveva dichiarato pubblicamente che l’assemblea del Partito popolare europeo (Ppe) avrebbe già deciso l’esclusione del partito Fidesz se fosse stato possibile organizzare un’assemblea in presenza, che però fino ad ora è stato impossibile organizzare per via del COVID-19. Un cambio di rotta evidente rispetto all’atteggiamento dei mesi precedenti da parte dei membri della CDU.

Il Presidente del PPE, ex Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk dopo una riunione online del PPE aveva affermato pubblicamente che “La migliore cura per la paura è la speranza – in questo caso i vaccini e il Recovery Plan. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere affinché la frustrazione pandemica non diventi un altro impulso che alimenta il populismo, risentimenti irrazionali anti-illuministi e le tendenze autoritarie”.

Il silenzio del Ppe sull'asse Orbàn-Meloni

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