Estonia: nasce il governo di Kaja Kallas, prima premier donna. Gli euroscettici all’opposizione

La neo prima ministra dell'Estonia, Kaja Kallas [EPA-EFE/VALDA KALNINA]

Dopo il giuramento del nuovo esecutivo, previsto per oggi, a guidare l’Estonia sarà per la prima volta nella sua storia una prima ministra: la nuova premier è Kaja Kallas, 43 anni, dal 2018 leader del partito riformatore e nei precedenti quattro anni deputata europea nel gruppo dell’Alde (Liberali). Il suo governo prende il posto di quello guidato dal capo del partito di centro, Jüri Ratas, che si è dimesso due settimane fa in seguito a delle accuse di corruzione contro il suo partito.

Con la nomina della nuova prima ministra, l’Estonia diventa il quarto paese a essere rappresentato da una donna nel Consiglio europeo.  Kallas siederà a Bruxelles assieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel e alle prime ministre danese, Mette Fredriksen, e finlandese, Sanna Marin. Inoltre, l’Estonia è da oggi la terza nazione al mondo in cui sono donne sia il capo del governo che il capo dello Stato: se però in Danimarca e Nuova Zelanda questa carica è ricoperta rispettivamente dalle regine Margherita II ed Elisabetta II, la repubblica baltica vede al vertice dello stato, dal 2016, la presidente Kersti Kaljulaid.

Il nuovo esecutivo – formato sulla base di un’alleanza tra i riformatori e i centristi dotata di una solida maggioranza al Riigikogu, il parlamento estone – sarà composto di 15 membri, tra cui sei donne. Due di esse guideranno i dicasteri strategici degli Esteri e delle Finanze: al primo andrà l’ex ambasciatrice in Repubblica Ceca Eva-Maria Liimets, mentre il secondo è stato affidato all’ex titolare degli Esteri e dell’Ambiente Keit Pentus-Rosimannus. “L’equilibrio di genere è importante: ci sono tante donne capaci tra le nostre file”, ha spiegato la prima ministra.

Kallas è una figlia d’arte: il padre, Siim, è stato un dirigente del partito comunista (ai tempi dell’Urss) e poi co-fondatore del partito riformatore, ministro, premier e commissario europeo. Nel 2018, la neo prima ministra aveva portato il suo partito alla vittoria nelle elezioni politiche con il 29,6 per cento dei voti. I riformatori, tuttavia, non erano riusciti a trovare alleati per formare una maggioranza di governo, e così era stato riconfermato al potere il premier uscente, il leader del partito di centro Jüri Ratas, sostenuto anche dai conservatori di Unione della patria e dal partito di destra, euroscettico e nazionalista Ekre.

Ratas è stato però costretto a dimettersi per uno scandalo a proposito di presunta corruzione e malversazione che ha colpito il suo partito: secondo un’inchiesta, infatti, i riformatori avrebbero destinato 39 milioni di euro di fondi pubblici messi a disposizione per risarcire le imprese colpite dalla pandemia di Covid-19 a un progetto immobiliare nella capitale Tallinn. Per i pubblici ministeri, inoltre, il segretario generale del partito avrebbe accettato finanziamenti fino un milione di euro da un uomo d’affari in cambio della concessione dei permessi di costruzione. Ratas, che ha negato di essere a conoscenza di qualsiasi illecito, resterà capo dei liberali e deputato, ma è stato escluso dal nuovo esecutivo.

“La prima cosa di cui ci occuperemo”, ha detto ieri Kallas, “è la crisi sanitaria. Il nostro obiettivo è mantenere l’Estonia il più aperta possibile, in modo che le persone possano andare a lavorare, i bambini a scuola e le attività economiche possano riprendersi”. Il suo governo avrà un’identità riformista e di centro, dopo gli ultimi 18 mesi segnati dalle spinte populiste di Ekre, viste da molti osservatori come un danno all’identità liberale dell’Estonia.

Non a caso, Kallas (che aveva sempre escluso di poter governare assieme a Ekre), si è impegnata a non definire rigorosamente il matrimonio come un’unione tra un uomo e una donna – posizione strenuamente difesa da Ekre – oltre che a bloccare qualsiasi ulteriore investimento nell’industria dei combustibili fossili. Altra questione importante per la nuova prima ministra, poi, sarà quella di trovare una sintesi tra i due partiti di governo riguardo ai rapporti con l’ingombrante vicino russo, con i liberali da sempre filo-occidentali e i centristi storicamente più vicini a Mosca.