Erasmus mon amour: sogni e speranze di chi aspetta di partire in tempo di pandemia

Sulla decisione degli oltre 60 mila studenti che hanno richiesto la mobilità nel 2020, peseranno le condizioni sanitarie e la possibilità di garantire la sicurezza da parte delle università ospitanti. [Erasmus+/Facebook]

Quando ha capito che il Coronavirus avrebbe ridotto le possibilità di partire, Giulia, studentessa fuori sede al secondo anno di antropologia all’Università di Bologna ha avuto “una crisi esistenziale estrema”. Prima della pandemia aveva già programmato di lasciare la casa sotto le Due Torri, il suo lavoro e partire per 10 mesi a Liège, in Belgio, “per capire se il mio indirizzo è davvero quello che voglio studiare in futuro”. Giulia ha deciso di partire a inizio settembre. Si ritiene fortunata perché l’università di destinazione ha dato tutte le rassicurazioni possibili prima della partenza:  “A Liège sono estremamente attenti ai bisogni degli studenti erasmus. Se in città dovessero esserci dei casi di coronavirus ci reindirizzerebbero altrove, hanno predisposto i tamponi per gli studenti e una parte delle lezioni saranno online”, racconta la studentessa.

L’Erasmus è il programma dell’Unione europea che più ha lasciato il segno nell’immaginario delle nuove generazioni di cittadini europei. Ha formato famiglie, ridotto le distanze e avvicinato le culture. La partenza all’estero è ormai un must per molti studenti europei, ma il Coronavirus ha messo in discussione la loro mobilità. 

Mobilità “mista”

La modalità di apprendimento misto e a distanza ha permesso al programma di continuare e alle università di convalidare gli esami agli studenti in mobilità. Questa soluzione è stata approvata dalla Commissione europea: “La situazione dell’emergenza sanitaria ha ridisegnato le opportunità dei programmi Erasmus già dalla fase 1. La Commissione ha introdotto  la possibilità di fare mobilità mista. Ora le frontiere sono aperte quindi le università potrebbero accordarsi per mobilità completa ma la tendenza, da quello che ci comunicano le università, è di introdurre la blended mobility. Non è una decisione banale perché non è prevista dal regolamento europeo”, spiega Sara Pagliai, coordinatrice dell’agenzia Indire. Il programma si è rivelato resiliente: “È  stato un modo flessibile di affrontare questa emergenza. Questo va a sfatare il mito che Erasmus è solo la festa nell’appartamento spagnolo o la gita. L’esperienza fisica non viene abbandonata ma è esperienza di apprendimento che va oltre”. Gli studenti che decideranno di partire, anche solo virtualmente in autunno, avranno poi la possibilità di concludere l’esperienza in presenza. 

Più domande nel 2020

Dal 1987 sono partiti per motivi di studio 569.927 studenti italiani in tutta l’Unione europea. La voglia di “fare l’Erasmus” non si è mai esaurita:  per il 2020/2021 l’agenzia Indire, che gestisce i progetti Erasmus+ in Italia, ha registrato un generale incremento delle domande di mobilità con un aumento dell’8,4% in Lombardia. L’Università di Bergamo ha ricevuto 639 candidature +24% rispetto al 2019. Dati che in piena pandemia confermano l’importanza e la necessità di un programma che ha formato e fondato la nuova generazione di europei.  Ma il rischio di una “seconda ondata” in autunno ha messo molti studenti davanti a un bivio. Miriam, 20 anni, studentessa di mediazione linguistica all’Università di Macerata, non ha ancora deciso se partire a Dijon: “Quasi tutti i borsisti hanno rinunciato. Io sono l’unica che sta continuando l’iter. Sono molto indecisa. Il programma per il quale sono stata scelta dura 10 mesi ma vista l’incertezza non so ancora se partire. Se rinuncio ho paura di perdere questa occasione. Ma se da un momento all’altro dichiarano emergenza poi sarà più complicato poi tornare a casa”. Per Miriam la possibilità di frequentare almeno parzialmente i corsi in presenza è fondamentale: “Mi è parso di capire che sia tutto in presenza. Se fosse  tutto in modalità online rinuncerei perché secondo me non avrebbe senso. Preferirei andare in presenza senza pandemia il prossimo anno”. 

Le storie

Sulla decisione degli oltre 60 mila studenti che hanno richiesto la mobilità nel 2020, peseranno le condizioni sanitarie e la possibilità di garantire la sicurezza da parte delle università ospitanti. Il ritorno di focolai di Coronavirus in Spagna, con Barcellona pronta a un secondo lockdown, ha spinto le università iberiche a annullare o ridimensionare gli scambi. Come nel caso di Manuela, studentessa di giurisprudenza all’università di Bologna: “Il semestre da Siviglia sarà online. Nessuno mi vieta di partire ma non avrebbe senso. Sono fuori sede e io non saprei  come organizzarmi anche se ufficialmente non ho ancora rinunciato”. Il Coronavirus ha stravolto tutti i programmi per il 2020 della studentessa al quinto anno di giurisprudenza e prossima alla laurea: “Da anni programmavo questo momento. Avevo previsto tutto in prospettiva dell’Erasmus. Nella mia facoltà è impossibile fare scambi nei primi tre anni perché abbiamo troppi esami. Mi ha messo più in difficoltà aver dovuto rinunciare in prima persona. Avrei accettato più facilmente se fosse stato annullato”. Alcuni scambi non si faranno, inevitabilmente.

Al contrario di molti suoi colleghi che hanno visto i propri learning agreement annullati, Valentina, che studia Giurisprudenza a Milano, ha deciso di partire: “L’Università di Vienna ha confermato tutto. Avrei potuto rimandare al secondo semestre ma non avrei potuto convalidare gli esami. Sono entusiasta anche se ho tanti pensieri. Temo che ci saranno poche persone che parteciperanno, non solo dall’Italia ma anche da altre parti del mondo”. 

Lo stesso entusiasmo è condiviso da Klaudja, studentessa di Giurisprudenza  all’Università di Bologna, tornata dal Regno Unito in piena pandemia: “Sono partita a inizio gennaio per Southampton ma ho dovuto interrompere la mia esperienza a inizio aprile.  Nonostante tutto quello che è successo rifarei questa esperienza. Anche se ho dovuto richiedere il visto e avevo pianificato tutto un anno prima della partenza”. La studentessa non ha dubbi sull’utilità del programma: “Consapevole di quello che l’esperienza ti regala se avessi modo partirei di nuovo, ad esempio per un tirocinio all’estero”

Intanto la Commissione, il Parlamento e il Consiglio stanno discutendo a Bruxelles il futuro del programma più amato dai giovani europei per il ciclo 2021-2027. “La Commissione ha fatto una proposta che prevede un rafforzamento del programma e noi ci auguriamo che questo incremento sia sostenuto dal Consiglio. Si tratta di un investimento fruttuoso sulle nuove generazioni e sul futuro dell’Europa”. E’ l’augurio di Sara Pagliai, coordinatrice di Erasmus+, e la speranza delle nuove generazioni di europei.