Conferenza sul futuro dell’Europa: il Consiglio dell’Ue fissa i paletti

La bandiera europea su una sedia nell'aula del Parlamento di Strasburgo. [EPA-EFE/PATRICK SEEGER]

Il Consiglio dell’Unione, cioè la riunione dei governi nazionali, riunito al livello dei rappresentanti permanenti presso l’Unione, ha finalmente espresso la sua posizione riguardo alla Conferenza sul futuro dell’Europa, come da tempo sollecitato da Commissione e Parlamento.

Essenzialmente i governi forniscono alcune indicazioni di cosa vogliono e cosa non vogliono dalla Conferenza. Dovrà partire il prima possibile tenendo conto della crisi pandemica, cioè probabilmente in autunno. Dovrà consultare cittadini e stake-holders a livello europeo, nazionale e regionale e includere sia modalità telematiche che in presenza. Dovrà occuparsi di come impostare le grandi politiche dell’Unione e di come indirizzarla nel medio-lungo periodo. Dovrà presentare un rapporto al Consiglio europeo nel 2022. La gestione dovrà essere paritaria con Commissione e Parlamento e il presidente della Conferenza dovrà essere scelto di comune accordo tra le tre istituzioni. Soprattutto si sono premurati di ricordare che la Conferenza non si inserisce nel quadro dell’art. 48, quello che regola la riforma dei Trattati. Un modo per dire che la Conferenza non è necessariamente un viatico per una grande riforma dell’Unione.

La realtà è che con questi paletti la Conferenza rischia di nascere morta. Si tratta di un progetto pre-Covid. Nella pandemia la richiesta dei cittadini di una risposta forte, solidale e unitaria dell’Unione è arrivata chiara. La scelta fondamentale di considerare l’Unione come il quadro essenziale per affrontare le grandi sfide, e quindi di rafforzarne la capacità d’azione è già stata presa. Se il bilancio europeo 2019 valeva 165 miliardi (meno dell’1% del Pil dell’Ue), ora si discute di un Recovery Fund da 750 miliardi, ed è già stato approvato un pacchetto da 540 miliardi tra 100 del programma Sure, fondi del Meccanismo europeo di stabilità contro la pandemia e fondi della Banca europea degli Investimenti per le imprese. Si crea di fatto un debito pubblico europeo, e si pone sul tappeto il tema delle risorse proprie e della fiscalità europea. Accanto alla poderosa azione della Banca centrale europea, che ha messo in campo programmi senza precedenti per quantità, tipologia e flessibilità.

All’Unione non servono due anni di dibattiti, che su un tempo così lungo non aiutano nemmeno a creare una mobilitazione e una spinta verso una qualunque decisione. Servirebbe invece una riforma dei Trattati finalizzata in primo luogo a superare l’unanimità, il cancro che paralizza il Consiglio, e quindi l’Unione. Che fa sì che mentre la Banca centrale europea, la Commissione e il Parlamento riescono a prendere posizioni chiare e tempestive, nel Consiglio i negoziati si protraggono per mesi. Per cui le proposte della Commissione del piano NextGenerationEU, con il Recovery Fund, il Green Deal, tardano ad essere rese operative, nonostante il sostegno del Parlamento.

Se la Conferenza sarà un semplice parlatoio, il compito di avviare una vera riforma torna in mano all’unica istituzione espressione diretta dei cittadini europei: il Parlamento. Il Trattato di Lisbona non ha dato al Parlamento il potere dell’iniziativa legislativa, che resta un’esclusiva della Commissione europea. Ma gli ha assegnato il potere di iniziativa costituzionale, di proporre una riforma dei Trattati su cui basta la maggioranza dei governi per avviare una Convenzione di revisione dei Trattati. Si era già impegnato ad usarlo nella scorsa legislatura, ma poi non lo fece. È arrivato il momento di farlo, e mostrare che sa fare buon uso dei poteri di cui dispone.