L’insostenibile leggerezza del dibattito sullo sviluppo sostenibile

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Tradizionalmente, i policymaker cercano nel dibattito accademico le tesi che meglio sostengono i loro interessi. E così ne amplificano alcune voci; anche se gli accademici tendono a illudersi che accada il contrario, di essere loro a guidare la politica, alimentati da un bisogno di sentirsi protagonisti di scelte collettive alle quali credono di poter e dover offrire una guida informata e competente.

Un atteggiamento comprensibile: è sempre più difficile rinchiudersi nella torre d’avorio di fronte ad un mondo con sfide crescenti e in rapida evoluzione, affamato di analisi e di ricette. Ma cadere nell’illusione della rilevanza sociale del dibattito accademico è una debolezza imperdonabile.

Ne è un (ennesimo) esempio il dibattito sulle possibilità tecniche ed economico-finanziarie di raggiugere i 17 obiettivi Onu dello sviluppo sostenibile. Un dibattito che, divenuto pubblico, sembra svolgersi lungo percorsi  schizofrenici, tra chi afferma che non ce la faremo mai e chi stima che invece ce la faremo. Tutte tesi che naturalmente si appoggiano a dati e modelli teorici più o meno convincenti. Una schizofrenia che dipende esclusivamente dagli interessi contrapposti dei decisori politici, che li diffondono (e spesso li finanziano): fra chi non vuole rischiare conflitti sociali e perdita di consenso politico nel cercare di perseguirli; e chi pensa di potersi avvantaggiare politicamente cavalcondone l’onda.

Una visione forse cinica, ma non molto lontana dalla realtà. Come leggere altrimenti il susseguirsi continuo di tesi che annunciano la fattibilità tecnica e finanziaria degli obiettivi di sviluppo e quelli che ne denunciano addirittura l’allontanamento?

Il problema, al di là dei pochi dati tecnici, oltretutto in modelli predittivi con così tante variabili, è che stimare l’evoluzione di sistemi complessi anche solo da qui a pochi mesi diventa una scommessa al buio. Da quando, nei primi anni Settanta, si iniziarono a costruire quei modelli, i loro risultati sono sempre stati sostanzialmente antitetici.

Ma soprattutto rischiamo di allontanarci dalla natura principale del problema che ostacola il raggiungimento di quegli obiettivi: la debolezza dell’azione collettiva a livello internazionale.

La realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile a livello globale non può dipendere dalla buona volontà di azioni uniltaerali. Dipende dalla capacità impositiva e coercitiva esercitata da un’autorità legittima e riconosciuta, su scala globale. Il fatto che ciascuno stato faccia la propria parte, in un contesto in cui raggiungere quegli obiettivi presenta un costo sociale ed economico, rischia solo di alimentare iniquità distributive; e in ultima analisi potenziali conflitti.

Per lungo tempo sono stati gli Usa a farsi carico di “produrre” alcuni beni pubblici globali altrimenti lasciati al comportamento incoerente dei singoli Stati; tramite la forza della loro economia e del loro apparato militare. Oggi il mondo appare più complesso ed articolato; nessuno può esercitare un’egemonia (nel bene e nel male) sul resto del mondo.

Realizzare gli obiettivi dell’Onu significa allora ragionare su come costruire un’autorità internazionale di gestione delle esternalità negative (inquinamento, land-grabbing, povertà e pandemie, etc) dotata del potere di sanzionare chi non rispetta certi standard, magari articolata operativamente a livello di ogni singolo stato. Ma facciamolo con urgenza, perchè il tempo a disposizione prima che alcune dinamiche diventino irreversibili si riduce ogni giorno di più.

E perchè il mito di un’eterna e sempre replicabile sostituibilità dei fattori produttivi e delle fonti energetiche, così come la certezza che il mercato, magari aiutato da incentivi e tassazioni ad-hoc, sia sempre in grado di generare comportament virtuosi, sono ormai al capolinea nell’evidenza della vita quotidiana, se non in quella empirica dei modelli econometrici coi loro campionamenti statistici.

Finchè non verranno create, a livello internazionale, delle istituzioni (con capacità coercitiva) in grado d’imporre modelli di svluppo compatibili con la sopravvivena del genere umano, il dibattito sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile rischia di essere semplicemente un confronto ideologico fra posizioni teoriche contrapposte; irrilevanti per le scelte pubbliche, ma buone per  alimentare la raccolta di consenso politico.