Per una contabilità climatica di finanza pubblica

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Australia 2019, un koala prigioniero del fuoco

Qual è il costo dei cambiamenti climatici? No, non è solo l’aumento della bolletta energetica per far funzionare climatizzatori e caldaie. Né solo quello della occasionale distruzione di beni materiali dovuti ad eventi estremi (come è accaduto venerdì scorso con le grandinate in Lombardia). Ma è il complesso dei danni di lungo periodo generati dall’aumento delle temperature medie e dalle mutazioni produttive, economiche, sociali che esse innescano.

Ecco perché diventa cruciale arrestare i processi che hanno determinato l’accelerazione dei cambiamenti climatici. Ecco perché la contabilità nazionale non può ancora ignorare questi fenomeni e le risposte delle autorità pubbliche. Il Pil di un paese è un indicatore sempre meno attendibile della sua vera ricchezza. Soprattutto, è una misura sempre più fragile, poichè maggiormente esposta ai rischi connessi ai cambiamenti climatici. È questa, orientativamente, la motivazione che ha spinto il think-tank Bruegel a riflettere qualche giorno fa su come affrontare il tema. Fornendo qualche indicazione per riscrivere la contabilità nazionale per tener conto di questa evoluzione globale del clima.

Pensiamo alla distruzione della foresta australiana del 2019. I danni non possono essere calcolati come il semplice costo del legname non utilizzato per usi alternativi. Ci sono i danni derivanti dalla distruzione di biodiversità; le esternalità negative derivanti dai terreni bruciati e dal fumo che si è diffuso nell’aria; i costi di ripristino delle aree boschive; i costi per sopperire alla perdita di produttività del lavoro derivante dall’aumento del calore medio; e tanti altri effetti, difficili da valutare nel breve periodo. Se un paese è maggiormente sottoposto ad eventi estremi di questa natura, la sua ricchezza si riduce e/o ne risulta aumentata la fragilità.

Da qui le proposte di Bruegel, che sono rivolte prima di tutto ai paesi europei, particolarmente esposti agli effetti dei mutamenti nel clima. Con dati allarmanti sulla vulnerabilità economica, finanziaria e sociale dei paesi Ue. Un tema che dovrebbe diventare oggetto di discussione pubblica, anche in Italia, se non vogliamo rischiare che, ad esempio, il massiccio investimento in infrastrutture previsto all’interno del Pnrr rischi di fallire a causa di eventi avversi, sempre meno improbabili.

Unico dubbio: il policy paper suggerisce di utilizzare per questo scopo dei modelli di valutazione integrati (Interated Assessment Models). Ma non dice quali tipi fra i vari esistenti utilizzare. Per quanto William Nordhaus abbia ricevuto il Nobel in economia nel 2018 grazie proprio all’utilizzo di uno di questi modelli (il DICE: Dynamic Integrated Climate-Economy), esso si basa sull’analisi costi-benefici. Che tuttavia presta il fianco all’aleatorietà nella scelta del tasso col quale valutare benefici e costi nel futuro. Meglio allora eliminare del tutto qualsiasi ambiguità e procedere con valutazioni fondate su criteri diversi, alcuni dei quali sono ancora tutti da immaginare.