L’estate dei record

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Un incendio in Sicilia. [EPA/LANNINO]

L’Italia degli europei di calcio e delle straordinarie medaglie di Tokyo ha battuto un altro record storico. Ieri intorno alle 13.15 a Floridia (in provincia di Siracusa) sono stati raggiunti i 48,8 gradi centigradi, la più alta temperatura mai toccata in Europa. E così ci portiamo a casa anche questo record europeo, la medaglia d’oro del caldo torrido.

Ormai lo sappiamo: i venti caldi dal Sahara, la mancanza di barriere atmosferiche (solide correnti atlantiche) e fisiche (foreste) che mitigherebbero gli effetti delle circolazioni africane; i cambiamenti climatici che stanno alla radice di eventi metereologici sempre più estremi. Ogni giorno, da qualche tempo, i mezzi di comunicazione ci bombardano con questi messaggi. Il rischio è che, dopo decenni di silenzio, tale abbondanza mediatica finisca per diventare fattore di assuefazione.  Soprattutto di fatalismo. Come il rospo che, dato il suo particolare sistema di rilevazione della temperatura, non si accorge che l’acqua nella quale sta nuotando sta diventando troppo calda e quando ne diventa consapevole è troppo tardi.

Naturalmente possiamo anche far finta che, rispetto ad un problema così enorme e globale come i cambiamenti climatici, non siamo in condizione di fare granché. Se non fosse che quest’anno la Cop 26, l’ennesimo incontro al vertice delle diplomazie organizzato dalla Nazioni Unite per contrastare proprio i cambiamenti climatici, che si terrà a Glasgow ad inizio novembre, è co-organizzata dall’Italia. Se le decisioni globali non vengono adottate in questo tipo di consessi, come possiamo sperare di contrastare un clima impazzito?

Solo qualche giorno fa è stato pubblicato il sesto rapporto dell’IPCC (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico) sui cambiamenti climatici: una cartella clinica della salute del pianeta, sul ruolo delle attività dell’uomo nel modificare l’ambiente circostante, nel quale tutti viviamo, e sulle azioni da intraprendere per arrestarne gli effetti più dannosi. Un rapporto drammatico, che mette in evidenza le responsabilità dell’uomo sul clima e individua una strettissima via di uscita.

Il problema di questi rapporti è che sono almeno 50 anni che vengono pubblicate previsioni catastrofiche sul futuro. Ma da almeno 50 anni continuiamo sostanzialmente ad ignorale. In parte perché ogni previsione è di per sé stessa un atto di fede, in positivo o in negativo. Per quanto raffinati possano essere i modelli previsionali, non è possibile sintetizzare in un modello la complessità delle variabili in gioco. In parte perché le decisioni collettive adottate col sistema intergovernativo sono per loro natura inefficaci, sono dei compromessi. E i compromessi, pretendendo di accontentare tutti, ritardano le soluzioni.

Nel governo si sta ancora litigando sulla nomina di un rappresentante diplomatico per la Cop26, anche se esisterebbe un Ministro per la Transizione Ecologica che dovrebbe star lì apposta. Non ci interessa entrare in dinamiche che hanno a che fare unicamente con diatribe interne di potere. Ci piacerebbe sapere che, chiunque venga spedito a Glasgow, abbia ben chiara la situazione e goda di un mandato pieno ad impegnare l’Italia ad un serio contrasto ai cambiamenti climatici. Non vorremmo fare la fine del rospo nella pentola di acqua bollente.