La presenza dell’Ue nel futuro dell’Artico

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L'area del Polo Nord è tornata nell'agenda dell'UE: la Commissione e il servizio per l'azione esterna stanno attualmente preparando un aggiornamento della politica artica dell'Unione. [Shutterstock/Denis Burdin]

L’area del Polo Nord è tornata nell’agenda dell’Ue, con la Commissione e il servizio per l’azione esterna che stanno preparando un aggiornamento della politica artica dell’Unione, scrive Andreas Raspotnik.

Andreas Raspotnik è Senior Research Fellow presso il Fridtjof Nansen Institute di Lysaker (Norvegia), e Senior Fellow presso l’Arctic Institute – Center for Circumpolar Security Studies di Washington DC (Stati Uniti).

Non ci vogliono grandi doti di preveggenza per sapere che una nuova Comunicazione congiunta – prevista per il prossimo autunno – ricorderà all’opinione pubblica internazionale gli obiettivi e le competenze dell’Ue per l’Artico. Tuttavia, essa non risolverà i principali problemi che derivano dall’obiettivo generale di stabilire una politica integrata dell’Ue sull’Artico.

Tale politica rimarrà composita, e avrà una duplice natura; comprenderà sempre politiche sia interne che estere, non limitate a una specifica area problematica ma afferenti a diversi ambiti (come affari marittimi, cambiamenti climatici, energia, ricerca o trasporti), accomunati solo dallo stesso ‘ombrello geografico’: l’Artico.

Questa designazione geografica apre un verminaio, poiché “l’Artico” è sempre – e simultaneamente – interno ed esterno, transfrontaliero e regionale, circumpolare e globale; un quartiere e un cortile.

Infine, ciliegina sulla torta, la politica artica dell’Unione si rivolge a pubblici diversi, tra cui: i cittadini dell’Ue che vivono negli stati membri artici e non artici; gli esperti critici degli stati associati allo Spazio economico europeo (Islanda e Norvegia) e dei paesi e territori d’oltremare (Groenlandia); l’opinione pubblica degli stati che si affacciano sul mare Artico, sia quelli più bendisposti che quelli più critici (Canada, Stati Uniti e Russia); l’intero mondo interessato all’Artico.

Pertanto, se all’interno dell’Ue la cosiddetta “politica europea per l’Artico” è essenzialmente un mosaico di vari interessi, all’estero essa è percepita come proveniente da un unico attore coeso.

Fin qui tutto bene. Ma molto complicato.

Da oltre un decennio, l’Ue si è presentata, con un certo successo, come un attore artico. Ma che cosa succede ora?

Il vecchio ritornello questa volta potrebbe non essere sufficiente.

Invece di ripetere semplicemente – sia al pubblico europeo che a quello artico – perché l’Ue è artica, e di spiegare come influenza efficacemente gli sviluppi, gli sforzi di ricerca o i mezzi di cooperazione nell’Artico, i responsabili politici devono fare un passo avanti.

Devono trovare una voce che si allontani dal ‘solo’ ritratto del coinvolgimento dell’Unione nella regione artica, e vada verso una semantica delle azioni concrete che l’Ue può e deve mettere in atto.

Trovare una nuova lingua per l’Artico

Prima ancora di considerare il contenuto futuro di una nuova politica dell’Ue per l’Artico, e le modalità con cui l’Europa potrà influenzare lo sviluppo della zona, i responsabili politici devono riflettere e impegnarsi sulla fattibilità di un’azione regionale anticipata.

Il punto di partenza si basa su tre aspetti chiave: primo, quali scenari futuri sono possibili nell’Artico; secondo, quale di questi scenari è plausibile; terzo, come vengono vissuti questi potenziali futuri oggi?

Potrebbe sembrare un approccio piuttosto complesso, ma l’idea è semplice. Una soluzione è sempre il processo di risoluzione di un problema. Tuttavia, non tutte quelle proposte sono ipso facto una soluzione – o la soluzione corretta – per un certo problema.

Pertanto, abbiamo bisogno di saperne di più sui problemi che ci attendono; abbiamo bisogno di saperne di più sulle varie possibilità che l’Artico riserva all’Ue e sul tipo di azione preventiva che non solo è necessaria, ma anche fattibile per costruire scenari futuri regionali diversi.

Per utilizzare un esempio attuale, l’Ue deve allargare il linguaggio che utilizza per la sicurezza artica senza esagerare con l’aspetto della sicurezza.

Deve trovare un nuovo modo per affrontare adeguatamente la cartolarizzazione dell’Artico e la relativa Realpolitik (russa), che vada oltre le soluzioni tecniche e normative proposte per i problemi artici/internazionali.

Altro esempio: l’Ue deve trovare un giusto equilibrio semantico tra le idee orientate al futuro del Green Deal dell’Unione, e l’attuale (e del prossimo futuro) necessità di avere il gas (e il petrolio) artico nel mix energetico comunitario.

Il divieto all’impiego delle risorse petrolifere artiche potrebbe non condurre necessariamente a una maggiore consapevolezza ambientale, ma piuttosto a offrire nuovi mezzi geografici alla sua importazione (e agli importatori).

In quanto tale, il Green Deal cambierà le relazioni tra l’Ue e i suoi vicini, con profonde conseguenze geopolitiche anche sull’Artico. Un’energia più pulita e più verde si basa infatti su materie prime ed elementi di terre rare.

All’aumentare della domanda di tecnologie verdi, aumenterà anche la dipendenza dell’Europa dalla Cina, o il suo rapporto con la Groenlandia?

Allo stesso modo, i responsabili politici dell’Ue devono discutere onestamente di quali questioni sono particolarmente rilevanti per l’Artico, e di quali dovrebbero invece essere affrontate a livello più globale.

Sebbene il cambiamento climatico abbia effettivamente le sue ramificazioni più gravi nella regione artica, il problema principale non è regionale ma globale. Pertanto, utilizzare l’Artico come manifesto del cambiamento climatico potrebbe fare più male che bene alla regione e al suo sviluppo.

Tuttavia, la definizione di un nuovo linguaggio implica anche l’articolazione di ciò che l’Ue non può fare.

Mentre l’Artico è spesso caratterizzato, correttamente, come una regione di opportunità, il suo futuro potrebbe anche riservare enormi catastrofi, che si tratti di una fuoriuscita di petrolio in stile Exxon Valdez o di un disastro tipo Costa Concordia.

Sebbene tali incidenti possano creare un contraccolpo per l’Ue, i suoi responsabili politici oggi non sono in grado di affrontare apertamente le relative carenze regionali senza essere accusati di andare al di là dei loro confini. Lo stesso vale quando si affronta l’impatto ambientale dello scongelamento del permafrost attorno ai gasdotti in Russia e Alaska.

Guardando avanti

Anche se il futuro resta sempre un insieme aperto di infinite possibilità, potrebbe anche provocare un’azione anticipatoria, che implica atti che mirano a prevenire, mitigare, adattarsi o prepararsi per scenari futuri specifici.

Per i responsabili politici europei e per la futura politica dell’Ue per l’Artico, ciò significa rispondere o, almeno, contemplare due domande ancora aperte. In primo luogo, cosa significa l’Artico per un blocco di 27 stati, all’inizio di un’era di cambiamento globale?

In secondo luogo, cosa può fare l’Ue per plasmare il futuro/i futuri dell’Artico secondo un approccio europeo?

Alla fine, la ricerca di soluzioni future inizierà attraverso azioni intraprese dall’interno dell’Artico, e non partendo dal punto di vista che l’Ue è nell’Artico. Forse è giunto il momento che tutte le deliberazioni associate all’Artico siano finalmente messe in atto.