COVID-19 e Clima: la tempesta dopo la quiete

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Mulino a vento a Tes, a 100 km da Budapest, Ungheria EPA-EFE/Tamas Vasvari HUNGARY OUT

Cieli più puliti, animali selvatici che passeggiano in città, delfini che trovano acque limpide fin sotto le coste abitate. Le prime suggestioni sul rapporto tra COVID-19 e ambiente sono queste immagini di una natura che gode di una lunga pausa dalla frenetica produttività umana. Vorremmo poter avere almeno la consolazione che la pandemia ci lascerà un mondo più pulito, in cui la crisi climatica sarà meno imminente e meno grave. Tuttavia, ci sono vari motivi per pensare che, quando questa crisi sanitaria sarà finita, l’ambiente starà peggio, non meglio.

La crisi economica portata dal COVID-19 ha fatto fermare quasi tutta la produzione industriale, in Europa e non solo. Il traffico automobilistico è stato decimato, fermandosi quasi completamente in Italia. Le emissioni di CO2 sono calate drasticamente di conseguenza: si stima che nel 2020 saranno l’8% in meno rispetto al 2019, a livello globale. Anche a seguito della crisi finanziaria del 2008 le emissioni crollarono, -1,44% nel 2009 rispetto al 2008. Anche allora, come adesso, articoli ottimistici titolavano: “La crisi finanziaria potrebbe esser stata benefica per il clima”. Ma  le politiche economiche volte a far ripartire la produzione a tutti i costi portarono ad un aumento delle emissioni del 5,13% nell’anno successivo. La prima lezione della crisi finanziaria del 2008 è quindi che se le politiche di rilancio non pongono al centro la sostenibilità ambientale, l’effetto sul nostro clima già deteriorato può essere disastroso. Il Green Deal Europeo sarà centrale per assicurarsi che il rilancio economico post-pandemia sia incentrato su criteri di sostenibilità ambientale.

Le minacce alla sostenibilità non sono soltanto nel futuro dell’Europa post-pandemia, ma minacciano già l’efficacia di uno dei principali strumenti dell’Unione Europea per ridurre le emissioni di CO2: il mercato dei permessi di inquinamento (EU ETS). Nell’UE, le imprese nei settori più inquinanti devono acquistare un permesso di inquinamento per ogni tonnellata di CO2 emessa. Cosa cambia rispetto ad una carbon tax? I principali vantaggi rispetto a una carbon tax sono due. Il primo è che il numero di permessi è limitato e di conseguenza anche le emissioni annue hanno un limite. Inoltre, il numero massimo di permessi diminuisce ad un tasso fisso ogni anno (2,44% in meno dal 2021), garantendo una diminuzione delle emissioni. Il secondo vantaggio è che le imprese che inquinano meno possono vendere i permessi in eccesso ad altre imprese; quest’opportunità rappresenta un incentivo ad investire in processi produttivi meno inquinanti. Per essere un incentivo efficace, il prezzo dei permessi deve essere sufficientemente alto per rendere convenienti gli investimenti in tecnologie più efficienti in termini di emissioni.

Allo scoppio della pandemia, il crollo della produzione ha comportato però un drastico calo nella domanda dei permessi: non potendo più produrre, le imprese non hanno più bisogno di inquinare. I prezzi dei permessi sono quindi scesi notevolmente, dai €25-27 prima della pandemia al minimo di circa €15 toccati nella fase più acuta del contagio, fino a tornare ai €19-20 attuali. Con prezzi troppo bassi, nella fase di ripresa le imprese potrebbero essere portate ad investire in tecnologie e processi più inquinanti. Proteggere il prezzo dei permessi, mettendo un minimo, può essere un modo (peraltro sostenuto da molti [1], [2], [3]) per sostenere gli investimenti.

Nel grafico qui sotto si può vedere come in altri Paesi, meno colpiti dalla crisi sanitaria ed economica, i prezzi dei permessi siano stati molto meno influenzati. Nei Paesi riportati, inoltre, è stato introdotto un prezzo minimo per i permessi di inquinamento.

Un’altra lezione del 2008 è che durante una crisi i Paesi emergenti possono rafforzare la loro economia, contribuendo significativamente all’aumento di emissioni di CO2. Anche questa è una possibilità concreta per il futuro prossimo: mentre il mondo industrializzato si ferma, i suoi mercati potrebbero essere riempiti dalla produzione delle economie emergenti. In Cina la produzione è già ripartita con forza e così anche le emissioni, che sono tornate a livelli superiori a quelli pre-COVID. Per evitare che la crisi climatica sia peggiorata dagli strascichi della crisi economico-sanitaria, è cruciale lavorare anche sulla cooperazione internazionale, affinché i Paesi emergenti e in via di sviluppo siano messi in grado di investire sulla sostenibilità del proprio settore industriale.

 

Giulio Galdi è Research Associate allo European University Institute alle Florence School of Regulation – Climate