Clima, azzerare le emissioni dell’Ue entro il 2050 non è sufficiente

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Le energie rinnovabili devono essere sostenute per accelerare il passaggio all'energia verde [pasja1000 / Pixabay]

L’obiettivo dell’UE delle emissioni zero entro il 2050 non è sufficiente per rispettare l’accordo di Parigi e limitare il riscaldamento globale a + 1,5° C. Per evitare la catastrofe climatica, l’Europa deve ripensare il meccanismo delle aste per l’energia rinnovabile e reintrodurre i sussidi per l’approvvigionamento su piccola scala, sostengono Hans-Josef Fell e il dottor Thure Traber.

Hans-Josef Fell è un ex deputato del Bundestag tedesco (1998-2013) e attualmente Presidente dell’Energy Watch Group (EWG), un think tank sull’energia con sede a Berlino. Il dottor Thure Traber è il capo ricercatore dell’EWG.

L’accordo di Parigi sul clima è stato adottato il 12 dicembre 2015. In esso, gli Stati firmatari si sono impegnati a limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5° C, se possibile.

Cinque anni dopo, il cambiamento climatico si è trasformato in una crisi climatica e, nonostante le crescenti proteste per una maggiore protezione del clima, il mondo politico rimane molto indietro rispetto alla necessità di un’adeguata politica climatica.

L’obiettivo della neutralità climatica (cioè delle zero emissioni nette) entro il 2050 è l’attuale mantra della politica climatica dell’UE, e si accompagna all’affermazione che questo piano è sufficiente per raggiungere gli obiettivi di Parigi. Sfortunatamente, a un esame più attento, non rimane molto di questo assunto, il che solleva dubbi sull’adeguatezza della politica climatica europea nel suo complesso.

Raggiungere la neutralità climatica fra trent’anni si rivelerà ampiamente insufficiente per limitare il riscaldamento globale a + 1,5° C. L’evidenza scientifica che lo dimostrano sono schiaccianti, come dimostrato dal recente documento programmatico dell’Energy Watch Group.

Il servizio europeo sui cambiamenti climatici Copernicus ha rilevato che la temperatura atmosferica nel 2020 era già di 1,25° C superiore al periodo preindustriale. E i calcoli degli esperti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) mostrano che un aumento globale della temperatura di di 1,5 ° C può essere prevista già nel 2030.

Nonostante questo, ufficialmente l’IPCC suggerisce ai responsabili politici che nel 2030 sarà raggiunto un aumento di solo 1,3° C, contraddicendo i modelli di calcolo degli stessi esperti dell’IPCC e dando informazioni fuorvianti ai cittadini.

Sulla base delle dichiarazioni ufficiali dell’IPCC, comunque, l’obiettivo politico di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 prevede ancora l’utilizzo di risorse fossili in Europa e altrove, e quindi ulteriori emissioni di gas serra dal 2030 in poi – ovvero dopo che saranno stati superati gli 1,5° C di riscaldamento dell’atmosfera rispetto all’età preindustriale.

Questi scenari non mettono in discussione l’efficacia dell’obiettivo, e portano all’ipotesi errata secondo cui un’efficace protezione del clima può essere raggiunta attraverso percorsi che portano alla neutralità climatica entro il 2050.

Tralasciando ampiamente la necessità della protezione del clima, gli obiettivi europei per il 2030 – riduzione delle emissioni del 55% rispetto al 1990, e 32% del consumo energetico derivante da fonti rinnovabili – non fanno che riflettere questa narrativa sbagliata.

L’esempio della Germania mostra chiaramente che anche se le emissioni venissero ridotte a zero in modo continuativo dal 2021 al 2050, quasi altri dieci miliardi di tonnellate di CO2 tedesche sarebbero emesse solo in questo periodo.

Un valore pari a circa tre volte (2,84) la quantità indicata dal Consiglio consultivo tedesco sull’ambiente (SRU) – sulla base dei dati scientifici dell’IPCC (mai comunicati ufficialmente) – come limite massimo per il raggiungimento dell’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale a 1,5° C.

Quindi, cosa ci sarebbe davvero in serbo per l’Europa, se aderissimo all’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050? Non è improbabile una catastrofe climatica con riscaldamento del pianeta oltre i 3° C: uno scenario Terra-serra in cui la civiltà umana come la conosciamo oggi potrebbe non essere più in grado di esistere.

La vicinanza a un punto di non ritorno (climatico) così catastrofico, e la velocità con cui ci stiamo dirigendo verso tale punto, è in larga parte non ancora percepita o semplicemente ignorata a livello politico, dai parlamenti nazionali alle istituzioni europee, ai media e in taluni casi anche all’interno di frange della comunità scientifica.

Coloro che affermano, come la Commissione Europea, che gli obiettivi dell’accordo di Parigi potrebbero essere raggiunti arrivando alla neutralità climatica entro il 2050 stanno consapevolmente o inconsapevolmente ingannando i cittadini.

Riconvertire l’economia per abbattere davvero le emissioni entro il 2030 è possibile, ma richiede una forte volontà politica. È tecnicamente ed economicamente fattibile, anche se con il massimo degli sforzi, costruire entro il 2030 un’economia globale a emissioni zero, combinata con grandi serbatoi naturali per stoccare il carbonio. Se l’UE vuole rimanere in prima linea contro la crisi climatica, è questo il livello richiesto di ambizione e leadership politica.

Il punto di partenza di uno sforzo del genere dev’essere una transizione energetica accelerata verso il 100% di energie rinnovabili, al fine di ridurre in modo significativo le emissioni di gas serra e decarbonizzare l’economia europea.

Per fortuna, la situazione è più favorevole che mai. Le tecnologie imprescindibili per l’elettrificazione massiccia con l’utilizzo di energie rinnovabili non solo stanno diventando sempre più economiche, ma consentono anche una trasformazione decentralizzata, che dipende meno dallo sviluppo – molto dispendioso in termini di tempo – di infrastrutture gigantesche.

Al fine di facilitare questo necessario cambiamento, l’attuale politica di incentivazione delle energie rinnovabili, portata avanti principalmente mediante sistemi di aste, deve essere riconsiderata, come stabilito in uno studio comparativo internazionale recentemente pubblicato e commissionato da Energy Watch Group, World Future Council, Global Renewables Congress e Haleakala Stiftung.

L’accelerazione della diffusione delle energie rinnovabili, necessaria per conformarsi al trattato di Parigi, richiede la (re)introduzione dei sussidi per l’approvvigionamento di energia rinnovabile di piccola e media scala (fino a 60 MW) mediante tariffe incentivanti o premi feed-in, oltre a schemi predefiniti di vendita all’asta per progetti di energia rinnovabile su scala industriale.

Ciò potrebbe innescare una diffusione senza precedenti dell’uso di energia rinnovabile, come si può attualmente osservare in Vietnam, dove gli impianti fotovoltaici sui tetti sono aumentati di 9 GW nel 2020 a causa dell’implementazione di un semplice schema di sostegno all’alimentazione senza aste.

La vendita all’asta dovrebbe essere applicata esclusivamente a progetti su larga scala in grado di attirare una concorrenza sufficientemente forte degli offerenti. Invece, i progetti di media e piccola scala sono meglio supportati da politiche di feed-in, che eludono procedure burocratiche inerenti alle aste organizzate dagli stati.

Queste politiche di immissione in rete dovrebbero essere applicate non solo per supportare l’elettricità prodotta da singole tecnologie, ma anche la fornitura affidabile di elettricità derivante da un mix di energie rinnovabili e tecnologie di stoccaggio. Queste misure, combinate tra loro, potrebbero generare una dinamica complessiva sufficiente a rimettere gli obiettivi di Parigi alla portata.

Se vogliamo seriamente raggiungere gli obiettivi che abbiamo concordato il 15 dicembre 2015, abbiamo urgentemente bisogno innanzitutto di più studi e ricerche che si basino sulle necessità della scienza del clima e in base ad esse tengano conto del rischio di una catastrofe climatica che potrebbe essere davanti a noi.

In secondo luogo, occorre rigettare gli obiettivi politici come quello della neutralità climatica entro il 2050, in quanto sono insufficienti, e sviluppare invece scenari, parametri di riferimento e linee guida politiche che illustrino ciò che è veramente necessario per raggiungere gli obiettivi di Parigi.

In altre parole, bisogna trasformare il nostro sistema energetico e l’intera economia europea per raggiungere le zero emissioni entro il 2030. Il rischio innegabile che il nostro pianeta scivoli in una catastrofe climatica incontrollabile non ci lascia altra scelta.