Per l’Europa il 2020 è stato l’anno più caldo di sempre

Rispetto al periodo di riferimento standard 1981-2010, nel 2020 in Europa la temperatura media è stata di 1,6 gradi più elevata. [EPA-EFE/ANTONIO BAT]

Alla pari del 2016, il 2020 è stato l’anno più caldo registrato nel mondo da quando vengono effettuate regolari osservazioni delle temperature. Ad attestarlo sono i dati diffusi oggi dal servizio europeo sul cambiamento climatico (C3S – Copernicus Climate Change), secondo cui l’anno da poco concluso è stato il più caldo in assoluto per il nostro continente, con una media di 0,4 gradi in più rispetto al 2019, che a sua volta era stato l’anno con le temperature più elevate. 

Rispetto al periodo di riferimento standard 1981-2010, nel 2020 in Europa la temperatura media è stata di 1,6 gradi più elevata. A livello globale, invece, è stata più alta di 0,6 °C in confronto ai dati 1981-2010, e di circa 1,25 °C rispetto al periodo pre-industriale (1850-1900). La più grande deviazione annuale della temperatura media è avvenuta nell’Artico e nella Siberia settentrionale, dove si sono raggiunti i 6 °C in più rispetto ai valori del 1981-2010. 

Una serie eccezionale 

Oltre che dal C3S, l’analisi delle temperature globali viene eseguita regolarmente da altre istituzioni scientifiche come la NASA e Berkeley Earth. A causa di piccole discrepanze tra i loro rapporti, non è sicuro che il 2020 sia stato più caldo del 2016, ma i valori registrati confermano la tendenza generale. Anche perché, secondo l’ente europeo, il 2020 è il sesto di una serie eccezionale di anni caldi iniziata nel 2015, che rende il decennio 2011-2020 il più caldo di sempre: un segnale dell’emergenza climatica in atto, con temperature più alte della media storica che si registrano con frequenza sempre maggiore. 

C’è poi un altro aspetto preoccupante: il 2016 era stato caratterizzato da El Niño, un fenomeno oceanico naturale che avviene ciclicamente (in un periodo variabile tra i due e i sette anni) e che fa aumentare la temperatura superficiale dell’Oceano Pacifico tropicale, e di conseguenza quella di tutto il mondo. Secondo la Nasa e l’Organizzazione meteorologica mondiale, cinque anni fa la fece salire di un valore compreso tra gli 0,1 e i 0,2 gradi. Il 2020, al contrario, è stato segnato dal fenomeno opposto, il raffreddamento provocato da La Niña. 

L’anno che ci siamo lasciati alle spalle, ha detto il direttore di Copernicus, Carlo Buontempo, si è distinto “per il caldo eccezionale nell’Artico e per un numero record di tempeste tropicali nell’Atlantico settentrionale. Non è sorprendente che l’ultimo decennio sia stato il più caldo mai registrato: è solo un altro promemoria dell’urgenza di un’ambiziosa riduzione delle emissioni, per prevenire gli impatti climatici avversi nel futuro”.

Aumenta la CO2 in atmosfera

Nonostante nel 2020 la produzione di CO2 sia calata del 7 per cento a causa della pandemia da Covid-19, i dati raccolti dal C3S mettono in evidenza anche che l’anno scorso la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha continuato a crescere, raggiungendo un massimo senza precedenti di circa 413,1 parti per milione (ppm), anche se il tasso di crescita medio annuo è stato stimato in 2,3 ± 0,4 ppm, al di sotto dei valori degli anni precedenti: nel 2015 e 2016 era stato di 2,9 ppm all’anno, ma i valori erano stati più elevati sempre a causa di El Niño e di un più debole assorbimento di CO2 da parte della vegetazione terrestre. 

In ogni caso, sono numeri che gli scienziati definiscono da tempo molto preoccupanti: lo ha ricordato già al summit sul clima di Madrid del 2019 anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Gutierres, dicendo che una volta la soglia delle 400 ppm era giudicata “un punto di svolta impensabile”. 

 “Non c’è motivo di essere felici”, spiega infatti oggi il direttore del Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS), Vincent-Henri Peuch: “sebbene le concentrazione di CO2 sia cresciuta leggermente meno rispetto al 2019, fino a quando le emissioni globali nette non si ridurranno a zero, l’anidride carbonica continuerà ad accumularsi nell’atmosfera e provocherà ulteriori cambiamenti climatici”.

“Ridurre le emissioni a zero entro il 2050”

In questo 2021, peraltro, secondo il servizio meteorologico britannico (Met), il valore di CO2 nell’atmosfera crescerà di 2.29 ± 0.55 ppm, arrivando a una concentrazione di oltre 417 ppm in diverse settimane tra aprile e giugno: quasi il 50 per cento in più delle 278 che si registravano a fine Ottocento, cioè prima della seconda rivoluzione industriale. 

L’effetto delle emissioni del 2021, “che sono ritornate ai livelli pre-pandemia”, sarà in parte attenuato dagli effetti de La Niña – ha detto il professor Richard Betts, capo dell’area di ricerche sul clima del Met – ma “poiché la CO2 rimane nell’atmosfera per molto tempo, le emissioni di ogni anno si aggiungono a quelle degli anni precedenti e fanno sì che la quantità di anidride carbonica nell’aria continui ad aumentare. La sua concentrazione, causata dall’uomo, sta accelerando: ci sono voluti oltre 200 anni perché i livelli aumentassero del 25%, ma ora, poco più di trent’anni dopo ci stiamo avvicinando a un aumento del 50%. Per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C dobbiamo arrivare a zero emissioni nette entro i prossimi trent’anni”.