Ondate di caldo anomalo, l’Europa ha il più alto tasso di mortalità al mondo

Alcune turiste nella calda estate del 2015 a Roma. EPA/MASSIMO PERCOSSI

Il costante invecchiamento degli europei, che risiedono per lo più nelle città, rende la popolazione europea la più vulnerabile alle ondate di calore, secondo un nuovo rapporto pubblicato giovedì (3 dicembre) dalla rivista medica The Lancet.

Nell’immaginario comune quando si pensa all’effetto dei cambiamenti climatici le prime immagini che vengono in mente sono quelle dei ghiacciai che si sciolgono, degli orsi polari magrissimi oppure dei koala vittime degli incendi in Australia a inizio 2020. I più accorti probabilmente sanno che il riscaldamento globale comporterà nuove massicce ondate migratorie ma in pochi pensano istintivamente agli effetti che il climate change può avere sulla salute umana. E soprattutto in questi casi viene normale pensare agli effetti negativi che ci saranno sulle generazioni future. Tra ghiacciai, orsi polari, koala e pronipoti sostanzialmente ci sentiamo tranquilli. Responsabili magari, ma in fondo tranquilli.
Eppure l’impatto del cambiamento climatico sulla salute umana ci riguarda già. Caldo e inquinamento causano centinaia di migliaia di morti. Ora.

Gli europei hanno il più alto tasso di mortalità per le ondate di calore e il più alto numero di morti premature causate dall’inquinamento atmosferico. Il monito arriva dalla rivista medica The Lancet.
Sarebbe soprattutto l’invecchiamento della popolazione europea a renderla nel complesso più vulnerabile alle ondate di calore, che nel corso delle ultime estati hanno fatto registrare temperature altissime. Oltre un terzo dei casi di morte per il caldo negli anziani sono registrati proprio nel vecchio continente: 104.000 dei 296.000 decessi globali registrati nel 2018, nell’anno in cui la Scandinavia settentrionale ha registrato temperature più calde di oltre 5°C rispetto al 1981-2010.

L’Europa ha anche il più alto numero di morti premature per 100.000 abitanti per particelle di PM2,5 di diametro inferiore a 2,5 mm. Circa 40 milioni di persone nelle 115 maggiori città europee sono esposte a livelli di inquinamento che superano le linee guida dell’OMS, a causa del continuo ricorso al trasporto di combustibili fossili.
Secondo un rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente, l’inquinamento atmosferico è diminuito, ma è ancora a un livello pericoloso per la salute umana, con circa il 99% degli abitanti delle città europee che sono esposti a livelli di ozono superiori alla soglia raccomandata dall’OMS.

Senza considerare il legame tra l’infezione da COVID-19 e il rapporto tra gli uomini e l’ambiente. La relazione tra la diffusione di malattie infettive esistenti e nuove, il peggioramento del degrado ambientale, la deforestazione, lo sfruttamento del suolo e le malattie animali è stata a lungo analizzata e descritta.
Allo stesso modo, sia il cambiamento climatico sia la pandemia da COVID-19 finiscono per esacerbare le disuguaglianze esistenti all’interno dei paesi e tra diversi Paesi.

Le popolazioni vulnerabili sono state esposte ad oltre 475 milioni di eventi di ondate di calore a livello globale nel 2019, che a loro volta si sono riflessi in un eccesso di mortalità. Negli ultimi 20 anni, si è registrato un aumento del 53-7% della mortalità dovuta alla calura nelle persone di età superiore ai 65 anni, raggiungendo un totale di 296 000 morti nel 2018.
L’impatto degli effetti negativi del climate change è però sproporzionato rispetto alle popolazioni che hanno contribuito in misura minore a creare il problema. Questo fatto rivela una questione più profonda di giustizia globale, che ruota intorno alla consapevolezza che il cambiamento climatico interagisce con le disuguaglianze sociali ed economiche esistenti e le aggrava. Il 91% dei decessi per inquinamento dell’aria, ad esempio, si verificano nei paesi a basso e medio reddito.