CO2, Ocse: un piano globale per armonizzare il prezzo delle emissioni. L’Ue: andiamo avanti con la carbon tax

La centrale a carbone di Pocerady, vicino Most, in Repubblica Ceca. [EPA-EFE/MARTIN DIVISEK]

Definire un prezzo delle emissioni di CO2 uniforme in tutto il mondo – sull’esempio di quanto deciso riguardo alle tasse sugli utili delle imprese – per evitare il rischio di tensioni commerciali dovuti ai diversi regimi di tassazione alle frontiere. Lo ha proposto, secondo quanto riportato dal Financial Times, il segretario generale dell’Ocse, Mathias Cormann, alla riunione informale dei ministri delle Finanze dell’UE del 10 e 11 settembre, invitando la Commissione Europea a partecipare all’iniziativa.

La fissazione di un prezzo per ogni tonnellata di anidride carbonica rilasciata in atmosfera è considerata da tutti il miglior modo per ridurre le emissioni dovute ai combustibili fossili: il problema, tuttavia, è determinare quale sia la tariffa da applicare.

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L’Ocse vuole trovare una soluzione di compromesso tra le posizioni dell’UE – che vuole far pagare una tassa sul contenuto di CO2 dei prodotti importati dai paesi con norme meno rigide in materia climatica, e vuole estendere il meccanismo dei prezzi della CO2 anche agli Stati membri – e quelle di paesi come Stati Uniti, India e Cina, che per ora preferiscono basarsi su norme nazionali, come ad esempio la chiusura delle centrali a carbone.

Nei mesi scorsi, l’approccio dell’UE ha suscitato le proteste di alcuni dei principali partner commerciali dell’Unione – come Cina e Stati Uniti (che pure stanno valutando se introdurre un meccanismo simile a quello europeo) – che lo considerano una forma di dazio sulle importazioni.

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I funzionari dell’Ocse, scrive sempre il FT, sono critici nei confronti del meccanismo voluto dall’UE, perché potrebbe portare a una tassazione della CO2 in entrata troppo alta, dal momento che prende in considerazione solo le tasse ‘esplicite’ sull’anidride carbonica in vigore in altre economie, e non anche quelle ‘implicite’ come, appunto, il divieto alle centrali a carbone.

L’organizzazione spinge affinché l’UE tenga conto anche di queste ultime, per evitare il rischio di una guerra commerciale sulle tariffe della CO2. Secondo il piano presentato da Cormann, i paesi e gli economisti dovrebbero utilizzare un quadro volontario per concordare quale sia il miglior prezzo sia delle tasse sula CO2 che di altre forme di regolamentazione ambientale, e questo potrebbe aiutare a raggiungere un accordo su un quadro internazionale per le tasse sulla CO2 alle frontiere.

Parlando con l’Ansa, un funzionario europeo ha spiegato che quella dell’Ocse è “in principio una buona idea”, ma che l’UE intende procedere con la sua carbon tax alle frontiere, perché se “la collaborazione internazionale è essenziale per combattere efficacemente il cambiamento climatico”, “concordare politiche comuni richiede tempo e dobbiamo agire con urgenza”.

Sul tema, martedì 14 settembre, è intervenuto anche il vicepresidente della Commissione con delega al Clima, Frans Timmermans, che commentando i preoccupanti rincari dei prezzi di luce e gas che hanno colpito diversi paesi UE, ha spiegato che gli aumenti si possono imputare “solo per un quinto” alle politiche europee per la riduzione delle emissioni, cioè alla crescita delle tariffe del meccanismo ETS (Emisson Trading System).

Il resto “è una conseguenza di una carenza sul mercato”, ha detto Tmmermans: “Questa è l’ironia, se avessimo avuto il green deal cinque anni prima non avremmo avuto il problema, perché saremmo stati meno dipendenti dai combustibili fossili. Dobbiamo invece accelerare la transizione verso le rinnovabili, così l’energia a prezzi convenienti sarà disponibile a tutti”.