L’Onu esorta i governi a reindirizzare a favore dell’ambiente i sussidi dannosi

Elizabeth Maruma Mrema, segretario esecutivo facente funzione della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica. [FAO/Giuseppe Carotenuto]

Ogni anno i governi spendono miliardi di euro in sussidi ad attività dannose per l’ambiente, soldi che devono essere reindirizzati a beneficio della natura: lo ha affermato la segretaria esecutiva della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, Elizabeth Maruma Mrema, nelle stesse ore in cui sono stati pubblicati i risultati di uno studio secondo cui l’Amazzonia brasiliana, nell’ultimo decennio, ha rilasciato nell’atmosfera quasi il 20% di anidride carbonica in più di quella che ha assorbito.

Secondo Mrema, che guida i negoziati su un accordo internazionale per fissare nuovi obiettivi per la protezione della natura che dovrebbero concludersi al vertice previsto a ottobre a Kunming, in Cina, gli stati devono rivedere e adattare il loro sostegno all’agricoltura, alla pesca e ad altre industrie il cui impatto sul mondo naturale è particolarmente nocivo, e adottare politiche che soddisfino i bisogni umani preservando allo stesso tempo il salute del pianeta.

Ogni anno, i governi delle economie emergenti erogano 286 miliardi di euro di sussidi agricoli potenzialmente dannosi, dicono i dati dell’OCSE. Un rapporto del 2019 ha rilevato che i governi sussidiano con più di 830 mila euro al minuto l’uso eccessivo di fertilizzanti, la deforestazione per espandere le frontiere agricole e la produzione di bestiame.

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La mancata abolizione di questi sussidi è uno dei 20 obiettivi di biodiversità fissati nel Piano strategico per la biodiversità 2011-2020 siglato ad Aichi, in Giappone (target di Aichi) che i  governi non sono riusciti a raggiungere: Mrema ha affermato che la comunità internazionale avrebbe dovuto prenderlo molto più sul serio, insieme all’aumento delle aree protette. “La popolazione umana sta crescendo. Questo è un fatto. E le statistiche indicano chiaramente che abbiamo bisogno di più cibo e più risorse. Tutto ciò potrebbe avere un impatto sulla biodiversità”, ha detto Mrema: “Ci sono risorse – in particolare sussidi insostenibili – che potrebbero essere reindirizzate verso operazioni più verdi. Non è solo produzione di cibo. È la produzione agricola. Chiediamoci: questa camicia che sto acquistando proviene da cotone sostenibile? I mobili che usiamo a casa provengono da legno sostenibile?”

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Le riflessioni di Mrema sono arrivate in coincidenza con la ripresa, lunedì 3 maggio, dei negoziati su un accordo sulla tutela della biodiversità sul modello di quello sul clima di Parigi, dopo mesi di ritardi dovuti alla pandemia. Un calendario faticoso prevede che delegazioni ed esperti si incontrino sei giorni alla settimana fino al 13 giugno per discutere gli elementi scientifici e finanziari del progetto. A ottobre, sono previste le trattative finali  a Kunming, in Cina, per concludere un accordo sugli obiettivi di biodiversità per questo decennio.

Il Brasile è  stato accusato  di aver tentato di ostacolare il procedimento per la sua opposizione ai negoziati online, giustificata con l’obiezione che i problemi di connettività Internet avrebbero potuto mettere i paesi in via di sviluppo in una posizione di svantaggio. Secondo fonti del Guardian, è stato lo sforzo diplomatico dietro le quinte della Cina ad incoraggiare il Brasile e altri a prendere parte comunque ai negoziati.

La foresta brasiliana sta diventando un “emettitore netto”

Proprio dal Brasile, però, arriva un’altra cattiva notizia. Si tratta dello studio pubblicato giovedì 29 aprile su Nature Climate Change, secondo cui negli ultimi dieci anni la foresta amazzonica brasiliana ha rilasciato in atmosfera il 20% di CO2 (16,6 miliardi di tonnellate) in più rispetto a quella che ha assorbito (13,9 miliardi di tonnellate).

Lo studio ha esaminato il volume di CO2 assorbito e immagazzinato durante la crescita della foresta, comparandolo con le quantità rilasciate nell’atmosfera quando il bosco è stato bruciato o distrutto, e i suoi risultati indicano come l’umanità non possa più dipendere dalla più grande foresta tropicale del mondo per assorbire le emissioni prodotte dalle attività antropiche.

“Ce lo aspettavamo, ma è la prima volta che abbiamo dati che mostrano che l’Amazzonia brasiliana ora è un emettitore netto” di CO2, ha detto uno dei coautori del report, Jean-Pierre Wigneron dell’Istituto nazionale francese di ricerca agronomica (INRA): “Non sappiamo – ha aggiunto parlando con l’AFP – a che punto il cambiamento potrebbe diventare irreversibile”.

Lo studio mostra anche che la deforestazione – attraverso incendi e abbattimenti di alberi – nel 2019, anno dell’insediamento del presidente Jair Bolsonaro, è aumentata di quasi quattro volte rispetto a ciascuno dei due anni precedenti, da circa 1 milione a 3,9 milioni di ettari. “Il Brasile – ha scritto in una nota l’INRA – ha registrato un forte calo nell’applicazione delle politiche di protezione ambientale dopo il cambio di governo nel 2019”.

Gli ecosistemi terrestri sono stati un alleato cruciale nella lotta per contenere le emissioni di CO2, che nel 2019 hanno superato i 40 miliardi di tonnellate. Nell’ultimo mezzo secolo, le piante e il suolo hanno costantemente assorbito circa il 30% dei gas climalteranti, nonostante nello stesso periodo le emissioni siano aumentate del 50%. Anche gli oceani hanno aiutato, assorbendo oltre il 20% delle emissioni.

Il bacino amazzonico contiene circa la metà delle foreste pluviali tropicali del mondo, che sono più efficaci nell’assorbire e immagazzinare il carbonio rispetto ad altri tipi di vegetazione. Se la regione diventasse una fonte netta di emissioni invece di un ‘lavandino’ che le risucchia, affrontare la crisi climatica sarà molto più difficile.

Utilizzando nuovi metodi di analisi dei dati satellitari sviluppati presso l’Università dell’Oklahoma, i ricercatori hanno dimostrato per la prima volta che le foreste degradate sono una fonte più significativa di emissioni di CO2 rispetto alla deforestazione.

Nel periodo di dieci anni considerato dallo studio, il degrado – causato dalla frammentazione, dal taglio selettivo o dagli incendi che danneggiano ma non distruggono gli alberi – ha causato emissioni tre volte superiori rispetto alla distruzione totale delle foreste.

I dati esaminati nello studio coprono solo il Brasile, che detiene circa il 60% della foresta pluviale amazzonica. Prendendo in considerazione il resto della regione, “il bacino amazzonico nel suo complesso è probabilmente (carbon) neutral”, ha detto Wigneron: “anche negli altri paesi con la foresta pluviale amazzonica, però,  la deforestazione è in aumento e la siccità è diventata più intensa”.

Il cambiamento climatico si profila come una seria minaccia e potrebbe – oltre una certa soglia di riscaldamento globale – causare la trasformazione della foresta pluviale amazzonica  in una specie di savana molto più arida, come hanno dimostrato recenti studi. Ciò avrebbe conseguenze devastanti non solo per la regione, che ospita una percentuale significativa della fauna selvatica del mondo, ma anche a livello globale.