La Germania vicina all’obiettivo climatico del 2020, grazie al Covid

Il vapore sale dalla centrale elettrica alimentata a lignite Neurath e Niederaussem gestita dalla RWE a Bergheim. Il giacimento di lignite del Renano è la più grande fonte di anidride carbonica d'Europa. EPA-EFE/SASCHA STEINBACH

Contrariamente alle ultime previsioni l’obiettivo climatico prefissato per il 2020 non è lontano, ma c’è un però: se non ci fosse stata la pandemia i teutonici avrebbero in realtà mancato l’obiettivo.

Se il caos economico causato dalla pandemia di coronavirus, con le contrazioni negative sull’economia che ne sono derivate e con un conseguente abbassamento delle emissioni di gas serra, l’obiettivo non sarebbe stato raggiunto.

Lo ha reso noto il ministero dell’ambiente del Paese. L’impatto economico derivato dalla pandemia è stato dirompente nel Paese: il prodotto interno lordo tedesco è sceso del 10,1% nel secondo trimestre del 2020, un dato molto peggiore rispetto al calo della precedente crisi nel 2009. Soprattutto la produzione industriale ha registrato una forte battuta d’arresto.

La Germania, il Paese più grande d’Europa, aveva sperato di ridurre quest’anno le emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990. Tuttavia, la riduzione delle emissioni si è attestata ad un 37,5%, secondo quanto ha detto mercoledì il ministero. “Abbiamo imparato la giusta lezione dai fallimenti del passato”, ha detto il ministro dell’Ambiente tedesco Svenja Schulze. “Ogni anno verificheremo se siamo sulla strada che abbiamo concordato e, se necessario, prenderemo ulteriori provvedimenti”.

L’impatto completo della pandemia sulle emissioni della Germania è ancora incerto, ma le emissioni effettive saranno probabilmente “significativamente più basse” del previsto, il che significa che l’obiettivo del 2020 potrebbe essere in qualche modo raggiunto, ha detto il ministro. Il primo problema, dunque, è che senza la pandemia l’obiettivo sarebbe rimasto lettera morta.

Considerando la chiusura temporanea delle industrie inquinanti e la riduzione dell’uso di energia e dei trasporti, a causa del lockdown, le emissioni in Europa potrebbero precipitare a livelli che non si vedevano dagli anni ’50. Il problema più delicato in questo caso è riuscire a non mettere in secondo piano la tutela dell’ambiente in nome della ripresa.

L’Unione Europea insiste perché i paesi si impegnino a ridurre maggiormente le emissioni di CO2 nel prossimo decennio nonostante l’opposizione di alcuni paesi dell’Europa orientale, Polonia in primis, preoccupati per i costi economici e sociali della transizione energetica rispetto ad una economia, quella dei Paesi dell’est appunto, fortemente improntata su un modello molto inquinante. Un problema non di poco conto in questo senso è la drastica riduzione del Just Transition Fund, il fondo previsto proprio per sostenere la transizione ecologica di questi Paesi, nell’ambito delle negoziazioni sul Recovery Fund.

Il mese prossimo la Commissione europea proporrà un nuovo obiettivo climatico per il 2030: una riduzione delle emissioni del 50% o del 55% rispetto ai livelli del 1990. E la Germania guiderà i colloqui tra gli Stati membri per cercare di raggiungere un accordo sull’obiettivo dell’Ue quest’anno.

Serve anche l’approvazione del Parlamento europeo e alcuni legislatori stanno spingendo per un taglio più severo, pari al 65% delle emissioni, per evitare la crisi climatica. Secondo il rapporto delle Nazioni Unite sulle emissioni, una riduzione delle emissioni del 65% entro il 2030 porterebbe l’azione dell’Ue in materia di clima in linea con l’obiettivo dell’accordo di Parigi di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C.

I Conservatori e Riformisti europei di destra (ECR) e i partiti di estrema destra nel Parlamento Europeo però si oppongono ad un obiettivo così ambizioso. Quello della lotta al cambiamento climatico resta un tema divisivo.

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La Commissione europea presenterà il mese prossimo alcune proposte per rendere più ambizioso l’obiettivo climatico per il 2030, nonostante gli avvertimenti dei paesi dell’Est che sono preoccupati di salvaguardare l’occupazione e le ricadute dovute alla crisi del coronavirus.

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