La Germania presenta il piano nazionale per l’energia e il clima con sei mesi di ritardo

Il vapore sale dalla centrale elettrica alimentata a lignite di Neurath, gestita dalla RWE a Neurath, vicino a Colonia, il 02 maggio 2019. L'attenzione futura di RWE si concentrerà sulla produzione di elettricità da energie rinnovabili. EPA-EFE/FRIEDEMANN VOGEL

Con sei mesi di ritardo, questa settimana la Germania ha approntato un piano nazionale per il clima da presentare alla Commissione Europea. Il piano contiene alcune novità, molte cose vaghe – e traballanti promesse sulle energie rinnovabili.

Neanche a farlo apposta, il Gabinetto Federale tedesco ha varato il piano nazionale per l’energia e il clima lo scorso mercoledì (10 giugno), quasi inosservato, mentre al contempo presentava orgogliosamente al mondo la propria strategia per l’energia a idrogeno. In realtà la scadenza per inviare il documento alla Commissione Europea sarebbe stata sei mesi fa. Adesso rimane soltanto l’Irlanda – oltre alla Gran Bretagna –  l’unico stato membro che non ha ancora presentato a Bruxelles un proprio piano per il clima. Nel 2018 i paesi membri avevano preparato le prime bozze dei propri NECP (National Energy and Climate Plans), ma erano stati inviati dalla Commissione a rielaborarli per renderli più efficaci.

La Germania lo ha fatto. Le modifiche principali apportate – questa la causa del ritardo secondo il Ministero dell’economia – dipendono dal fatto che nel frattempo è stato deciso l’abbandono del carbone come fonte di energia ed è stata varata la nuova legge per la protezione del clima nel settembre 2019. Il piano decennale appena approvato deve includerne le numerose misure previste per gli ambiti dei trasporti, dell’edilizia, dell’agricoltura e allevamento, dell’industria, della produzione di energia e dello smaltimento dei rifiuti. Il tutto incorniciato da un sistema che prevede per ogni settore un budget definito di CO2, oltre a un prezzo per la CO2 emessa nei settori dei trasporti e dell’edilizia, il tutto a partire dal 2021.

Promesse vaghe sulle energie rinnovabili

Le cifre del piano per il clima restano però invariate: entro il 2030 la Germania dovrebbe ridurre le proprie emissioni di gas serra del 55% rispetto al 1990. Lo scorso anno è stato raggiunto il 35,7%. Inoltre la quota di energie rinnovabili nel consumo energetico, che attualmente ammonta al 17,5%, dovrebbe salire al 30% (le prospettive sono migliori nel settore dell’elettricità, che è prodotta già al 40% da fonti di energia “verde”).

Per la prima volta il NECP contiene un obiettivo quantitativo per migliorare l’efficienza nel consumo energetico. Come previsto dalla legge per la protezione del clima, il consumo energetico nel prossimo decennio dovrà calare del 30% rispetto al 2008.

Nonostante ciò molto rimane indefinito, sostiene Thorsten Lenck, direttore del progetto sulle energie rinnovabili presso il Think Tank Agora Energiewende. Molti paragrafi del testo sarebbero troppo vaghi, afferma in un colloquio con EURACTIV Deutschland, facendo riferimento soprattutto al settore delle rinnovabili. Per questo ambito vengono, sì, definiti degli obiettivi, ma non le misure necessarie per perseguirli. Piuttosto si rimanda ad una prossima modifica della legge sulle energie rinnovabili, che la Grande Coalizione ha promesso per fine estate. “Eventuali modifiche verranno comunicate alla prossima occasione, per esempio al momento della relazione sullo stato di avanzamento del NECP”, si legge nel documento.

Questo non è però un punto di partenza robusto, secondo Lenck: “Il NECP fa riferimento all’obiettivo climatico della riduzione delle emissioni del 65% entro il 2030, ma esso non è neppure ancorato in una legge. A questo proposito la Grande Coalizione deve rispettare le proprie promesse”. Piuttosto sarebbe urgente una riforma approfondita della legge sulle energie rinnovabili, in cui i percorsi di potenziamento delle rinnovabili vengano adattati agli obiettivi per il 2030 e vengano rimossi gli ostacoli burocratici ancora esistenti.

Per la Germania si prospetta un enorme divario nel settore delle rinnovabili

L’obiettivo dell’elettricità verde non potrà essere raggiunto altrimenti. Perché proprio l’eolico in Germania ha subito una battuta d’arresto. “Osservando le cifre del settore eolico, si nota quanto siamo ancora spaventosamente lontani dal necessario percorso di sviluppo e potenziamento”, afferma Lenck. Il suo Think Tank Agora Energiewende ha calcolato in uno studio a marzo che la Germania rischia clamorosamente di mancare l’obiettivo postasi del 65% di energie rinnovabili ben del 10%. Per impedirlo sarebbe necessario un aumento a 25 GW della produzione dell’eolico offshore – nel piano nazionale per il clima e l’energia è previsto un aumento a 20 GW – mentre la costruzione degli impianti eolici terrestri dovrebbe riprendere al ritmo di un tempo. In alternativa si dovrebbe realizzare il doppio degli impianti solari attualmente prodotti.

A ciò si aggiunge un’altra considerazione: lo scenario appena illustrato non prevede la produzione di energia dall’idrogeno, come annunciato nella strategia del governo proprio questa settimana. Per questo semplice motivo nel 2030 il fabbisogno energetico aumenterà di ulteriori 20 TWh.

Soltanto la Danimarca ha stabilito obiettivi sufficientemente ambiziosi

Sarà la Commissione Europea, nelle prossime settimane, a verificare se il piano tedesco per il clima sia sufficientemente ambizioso rispetto agli obiettivi climatici stabiliti dagli Accordi di Parigi.

Due studi incaricati dal Ministero dell’ambiente e da quello dell’economia, tuttavia, lasciano dei dubbi in merito. Secondo tali studi, con gli interventi previsti dalla legge per il clima gli obiettivi per il 2030 verrebbero mancati del 3-4% – nel migliore dei casi. Le misure sono insufficienti specialmente nel settore dei trasporti e dell’edilizia.

In una prima valutazione dei 15 piani per il clima presentati, anche l’organizzazione ambientalista CAN Europe e il Think Tank ZERO sono giunti alla conclusione che i nuovi NECP sono stati migliorati rispetto alle bozze del 2018. Ma soltanto Danimarca, Repubblica Slovacca, Slovenia, Spagna e Grecia avrebbero virato verso politiche climatiche più ambiziose. E soltanto il programma presentato dalla Danimarca rispetterebbe l’Accordo di Parigi.

D’altro canto ultimamente nella politica climatica tedesca ci sono stati cambiamenti. Non soltanto perché il tetto alle sovvenzioni per il solare è stato abrogato, la disputa sull’eolico conclusa ed è stata sviluppata una strategia sull’energia a idrogeno. Complessivamente ci sono anche più risorse a disposizione: nel Pacchetto per combattere la congiuntura dovuta alla pandemia da Covid-19 il governo federale ha stanziato almeno 30 miliardi di euro per la protezione del clima. Nel NECP le misure promesse non compaiono. Ma con quei fondi si dovrebbe poter smuovere qualcosa.

Proprio sui piani economici di ripresa varati dai singoli paesi puntano gli studiosi del clima. Uno studio recentemente pubblicato lo scorso mese sulla rivista Nature Climate Change rivela che, con l’allentamento globale delle misure di lockdown, le emissioni di CO2 sono riprese a un ritmo tale da far temere che la quantità di gas serra nell’atmosfera dopo la pandemia da Covid-19 raggiunga livelli mai registrati prima. A meno che i governi non intraprendano un immediato e coraggioso percorso di riforme.

Attualmente le emissioni sono ancora dell’8,6% inferiori rispetto al 2019. A preoccupare gli esperti è però la tendenza all’aumento esponenziale delle emissioni, dovuta soprattutto al trasporto su strada. Corinne Le Quéré, la Professoressa della University of East Anglia che ha condotto lo studio, afferma che il blocco delle emissioni registrato nei mesi iniziali della pandemia contribuirà a ridurre le emissioni di CO2 del 2020 soltanto lievemente e non certo abbastanza da soddisfare gli Accordi di Parigi. Per raggiungere gli obiettivi sul clima sarà necessario un cambiamento strutturale nel sistema dei trasporti e della produzione energetica. E i governi dovrebbero intervenire anche per modificare le abitudini di consumo e trasporto dei cittadini. “Sarebbe terribile se tornassimo alla normalità. Sarebbe un disastro”.

Della stessa opinione è Bob Ward, policy director al Grantham Research Institute sul Cambiamento Climatico della London School of Economics: “Qualsiasi pacchetto di misure per la ripresa economica deve concentrarsi su investimenti resilienti a emissioni zero, che mirino a risolvere la disoccupazione senza perdere di vista l’obiettivo climatico e soprattutto senza incatenarci ad un nuovo futuro ad alte emissioni di CO2”.

Alcuni governi rischiano di vanificare l’unico effetto positivo del lockdown – il crollo delle emissioni – incentivando il trasporto privato. Come ha fatto recentemente Boris Johnson, invitando i suoi concittadini a utilizzare l’automobile per andare al lavoro. In effetti, la paura del contagio sui mezzi pubblici è uno dei motivi che hanno causato il boom del traffico su strada dopo la riapertura e gli esperti temono che di conseguenza il livello di emissioni complessive di CO2 nel 2020 superi addirittura quello del 2019, nonostante il crollo dei mesi scorsi.

La speranza degli studiosi è riposta dunque negli interventi statali. Se i governi saranno ciechi al problema del cambiamento climatico, per esempio incentivando la realizzazione di nuove strade, allora le emissioni non potranno che aumentare drammaticamente.

Ma potrebbero anche essere intrapresi percorsi lungimiranti: è necessario incoraggiare la transizione da un’infrastruttura ad alto tenore di carbonio, a una a basso consumo, ad esempio incentivando la mobilità elettrica, la trasformazione energetica degli edifici, piantando alberi e promuovendo azioni di protezione e ripristino degli ambienti naturali.