In Italia chi inquina non paga: la denuncia della Corte dei conti Ue

Secondo la Corte troppo spesso i costi ricadono sui contribuenti invece che su coloro che hanno provocato il danno ambientale. Un esempio è quello delle discariche illegali in Italia.

Le discariche illegali sparse per il territorio nazionale sono un tipico esempio di non applicazione del principio Ue “chi inquina paga”, poiché per finanziare le azioni di risanamento e bonifica dei terreni sono stati utilizzati i soldi pubblici, anziché quelli di chi ha inquinato. A dirlo è la Corte dei Conti Ue che, nel rapporto ‘Il principio chi inquina paga: applicazione incoerente tra politiche e azioni Ue’, ha analizzato 42 progetti per un valore di 180 milioni di euro di fondi strutturali e di investimento europei e Life in otto regioni di tre Stati membri: 19 in Italia, 10 in Polonia e 13 in Portogallo.

“In moltissimi casi invece di venire pagate da chi inquina le azioni di risanamento sono state finanziate con il bilancio statale o dell’Ue”, sottolinea il responsabile del rapporto Viorel Stefan.

Il principio giuridico

Il principio “chi inquina paga”, costituisce uno dei cardini della disciplina europea in materia ambientale. “La politica dell’Unione in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni dell’Unione. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio chi inquina paga”, recita l’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Anche se tale principio è generalmente recepito nelle politiche ambientali dell’Ue, è applicato in misura diversa a seconda dei settori e degli Stati membri, evidenzia il rapporto.

Secondo la Corte dei conti Ue nell’Unione esistono quasi 3 milioni di siti potenzialmente contaminati, principalmente da attività industriali e dallo smaltimento e trattamento dei rifiuti. Su dieci corpi idrici superficiali, come laghi e fiumi, sei non sono in un “buono stato chimico ed ecologico”. A questo si aggiungono i danni derivanti dall’inquinamento atmosferico. E a pagare per tutto questo il più delle volte sono i cittadini.

Il Green Deal richiede più rigore

“Per raggiungere gli obiettivi ambiziosi del Green Deal europeo gli inquinatori devono pagare per i danni ambientali che provocano”, ribadisce Ștefan. Il principio “chi inquina paga” è un principio fondamentale alla base della normativa e delle politiche ambientali dell’Ue, ma spesso non viene rispettato. Anche se la direttiva sulle emissioni industriali si applica agli impianti più inquinanti, in caso di danno ambientale causato da emissioni autorizzate la maggior parte degli Stati membri non obbliga le industrie responsabili al risarcimento. La direttiva non impone neppure alle industrie di sostenere i costi dell’impatto dell’inquinamento residuo, che ammonta a centinaia di miliardi di euro. Lo stesso discorso vale per la normativa dell’Ue in materia di rifiuti che integra il principio “chi inquina paga”, ad esempio attraverso la “responsabilità estesa del produttore”.

Le contaminazioni dei terreni

Se si guarda poi all’inquinamento idrico, nella maggior parte dei casi sono le famiglie europee a pagare il prezzo più alto, anche se consumano solo il 10 % dell’acqua. “Il principio chi inquina paga” resta di difficile applicazione in caso di inquinamento da fonti diffuse, in particolare quello provocato dall’agricoltura”, evidenzia la Corte dei conti. Il più delle volte la contaminazione dei siti risale a così tanto tempo prima che l’inquinatore non esiste più, non può essere individuato e non può essere obbligato a risarcire il danno. Questo “inquinamento orfano” è una delle ragioni per cui l’Ue ha dovuto finanziare progetti di bonifica i cui costi sarebbero dovuti ricadere sui responsabili del danno ambientale.

A pagare è la collettività

Anche quando le imprese non dispongono di garanzie finanziarie sufficienti (ad esempio, polizze assicurative che coprono la responsabilità ambientale) c’è il rischio che i costi della bonifica dei siti finiscano per essere sostenuti dai contribuenti. Ad oggi, solo sette Stati membri (Cechia, Irlanda, Spagna, Italia, Polonia, Portogallo e Slovacchia) richiedono garanzie finanziarie per alcune o per tutte le passività ambientali, ricorda il rapporto. A livello dell’Ue, tuttavia, tali garanzie non sono obbligatorie. Pertanto i contribuenti sono costretti a subentrare e sostenere i costi della bonifica quando chi ha causato il danno ambientale è insolvente.