Il carbon pricing non basta più. Per ridurre la CO2 servono regolamentazioni internazionali

epa07503350 (FILE) - L'acciaieria britannica di Scunthorpe, nel Lincolnshire nord-orientale. Dopo la Brexit, il Regno Unito non fa più parte dell'Emissions Trading Scheme dell'Unione Europea e dovrà ora trovare nuove vie per introdurre un sistema di carbon pricing. EPA-EFE/LINDSEY PARNABY

I cambiamenti in atto nel Regno Unito e negli Stati Uniti potrebbero costringere a ripensare la politica climatica di punta dell’Ue, l’Emissions Trading Scheme.

Quando il sistema di scambio delle quote di emissioni è stato istituito nel 2005, aveva molti detrattori. Molti attivisti per il clima ritenevano infatti che l’approccio legato ai meccanismi del mercato, basato sul cap-and-trade, fosse pieno di difetti. Erano in molti a ritenere che delle tasse (carbon tax) sarebbero state più efficaci per ridurre le emissioni che causano il riscaldamento globale.

Il sistema cap-and-trade godeva però di un consenso globale. Quando nel 2008 è iniziato il primo vero periodo di trading, i due candidati alla presidenza americana, Barack Obama e John McCain, avevano dichiarato che l’avrebbero adottato negli Stati Uniti.

Ciò non è poi avvenuto. Obama non riuscì a far approvare dal Congresso la sua proposta di cap-and-trade, e l’idea fu abbandonata. L’Ue, nel frattempo, ha continuato invece a lavorare con il suo sistema, anche senza un grande partner globale con cui cooperare.

L’Emissions Trading Scheme (ETS) europeo da allora è andato incontro a numerosi problemi, a partire dal prezzo troppo basso delle emissioni di CO2. Dopo molti anni, l’Ue è stata in grado di aumentarlo a quasi 30 euro, dopo un controverso intervento sul mercato da parte dei rappresentanti politici europei, nel 2014. Il prezzo medio della CO2 a livello globale è però attualmente di soli 2 dollari alla tonnellata, troppo basso per innescare il tipo di trasformazione energetica necessaria per fermare il cambiamento climatico.

Ora, con il Regno Unito destinato a lasciare l’ETS dell’Ue e a sostituirlo con qualcos’altro, come una carbon tax, e la prossima amministrazione statunitense di Joe Biden che non sembra particolarmente entusiasta del cap-and-trade, i leader europei sono obbligati a riflettere su altri modi per fissare il prezzo della CO2.

Regolamenti e standard per completare l’ETS

L’ETS dell’Ue in ogni caso non rischia di scomparire. In occasione di un evento online promosso da EURACTIV sul carbon pricing, tutti gli oratori hanno concordato sul fatto che l’Ue dovrebbe attenersi infatti all’ETS, indipendentemente dai cambiamenti che avvengono in altre parti del mondo.

“Penso che sia chiaro che le persone e le aziende reagiscono agli incentivi economici, ecco perché tali strumenti esistono da molto tempo”, ha detto Hans Bergman, che è responsabile dell’ETS per lo sviluppo delle politiche e della messa all’asta presso la Commissione Europea.

“Nell’Ue abbiamo l’ETS come principale strumento applicare un carbon pricing, e da un paio d’anni il prezzo del carbonio è salito in maniera significativa, arrivando a superare i 25 euro”, ha aggiunto, dicendo che questo ha immediatamente causato un calo del 15% delle emissioni di carbonio legate al settore energetico, nel 2019.

“Questo dimostra che il carbon pricing funziona”, ha insistito Bergman, specificando che l’aumento del prezzo ha innescato un rapido passaggio dal carbone al gas e alle energie rinnovabili. Sull’ETS e sul carbon pricing si è espresso anche l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che in occasione di un recente dibattito online ha chiarito che il sistema europeo funziona, ma che sarebbe opportuno alzare considerevolmente il prezzo delle emissioni, portandolo almeno da 25 a 50 euro a tonnellata.

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Alison Martin, Ceo di Zurich Insurance Group per Europa, Medio Oriente e Africa (EMEA), si è dichiarata anch’essa favorevole ai sistemi di carbon pricing. “Riteniamo di dover dissociare l’attività economica dalla produzione e dal consumo di gas serra. Siamo convinti che dare un prezzo al carbonio sia il modo più efficace per farlo”.

Anche Olav Aamlid Syversen, responsabile degli affari Ue presso l’azienda energetica norvegese Equinor (ex Statoil), ritiene che l’ETS stia funzionando. “Abbiamo pagato oltre 80 euro a tonnellata in media l’anno scorso, per un totale di 150 milioni di euro l’anno scorso all’interno dell’ETS”, ha detto durante l’incontro online.

“Quello che crediamo sia necessario per il futuro è integrare l’ETS europeo con regolamenti che vadano oltre la semplice regolamentazione del prezzo”, ha aggiunto. “Abbiamo esaminato studi di economisti di Oxford che mostrano che l’aumento marginale del prezzo di un dollaro per tonnellata di CO2 ha ridotto il tasso di crescita delle emissioni solo dello 0,01%. È una diminuzione troppa lenta per agire solo attraverso la tariffazione del carbonio”.

“Abbiamo bisogno di prezzi sicuri, ma abbiamo anche bisogno di regolamentazione e di standard”.

Alternative

Naturalmente, lo scambio di emissioni non è l’unico modo per dare un prezzo al carbonio. Sia il Regno Unito che gli Stati Uniti stanno riflettendo sull’opportunità di introdurre una carbon tax. Allo stesso tempo, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, sta considerando di imporre una Carbon border tax sulle importazioni da paesi che non hanno implementato politiche di carbon pricing, al fine di ripristinare condizioni di parità ed evitare la “rilocalizzazione delle emissioni di carbonio”, con la conseguente delocalizzazione delle industrie europee all’estero.

Fredrik Erixon, direttore del Centro europeo per l’economia politica internazionale, crede sia giunto il momento di riflettere su nuovi modi di tariffazione del carbonio.

“Penso che ora abbiamo davvero l’opportunità, con la nuova amministrazione statunitense, di non limitarci a cercare di introdurre un sistema di carbon pricing a livello globale, ma anche di rinegoziare gli aspetti dell’Accordo di Parigi e le regole commerciali che ci aiuterebbero a decarbonizzare maggiormente il sistema economico globale in futuro”.

Gli sgravi fiscali, o feebates, sono un’altra opzione a disposizione dei decisori politici. In un sistema feebate, i governi fanno pagare una tassa a chi inquina e concedono uno sconto a chi è invece virtuoso dal punto di vista energetico e rispettoso dell’ambiente. I feebate incoraggiano le persone a ridurre le emissioni scegliendo veicoli ibridi rispetto a quelli a gas, o utilizzando energia rinnovabile come il solare o l’eolico rispetto al carbone.

“Dobbiamo trovare il giusto mix di strumenti”, ha detto Bergman.

L’eurodeputato tedesco verde Michael Bloss ha convenuto che il carbon pricing non può essere l’unica soluzione. “Il problema nel mercato attuale è che non è veritiero, non mostra il costo reale delle emissioni di CO2”, ha detto. “Una tonnellata di emissioni di CO2 costa alla società tedesca dai 182 euro ai 600 euro”. Fissare il prezzo sarebbe l’opzione migliore, ma potrebbe causare storture”.

“Un prezzo del carbonio rispondente alla realtà sarebbe uno strumento molto potente, ma potrebbe non essere digerito facilmente dalla società, in questo momento”.

Un “Ufficio europeo del carbonio”

Secondo Syversen, determinare il prezzo corretto del carbonio non è così semplice. “Come ci si muove verso un prezzo del carbonio che tenga conto di tutte le esternalità quando non abbiamo una completa trasparenza delle informazioni?”, ha chiesto. “La trasparenza è importante, ma credere che saremo in grado di internalizzare tutte le esternalità, sarebbe comunque un’idea quantomeno fantasiosa”.

Alcuni sostengono che un’autorità centralizzata potrebbe determinare se il prezzo del carbonio sia corretto – una sorta di “Ufficio europeo del carbonio” che farebbe, su base costante, ciò che l’UE ha fatto nel 2014.

Erixon ha detto che potrebbe essere una soluzione. “Abbiamo bisogno di variare i prezzi, per diversi scopi, serve avere un certo grado di adeguamento politico del prezzo. Alcuni settori saranno più importanti di altri. Ci sono settori sociali che vogliamo accogliere nel nostro sviluppo”.

Martin ha postulato che si potrebbe agire nello stesso modo “in cui gestiamo l’inflazione e i tassi d’interesse, avendo quindi a disposizione organismi indipendenti capaci di dare un’indicazione, di chiarire dove ci stiamo dirigendo”.

“Non è la soluzione a tutto, ma vorremmo una guida, così da sapere dove stiamo cercando di arrivare”. Dobbiamo agire più rapidamente. Ci occupiamo di assicurazioni in vista del rischio fisico causato dai cambiamenti climatici, lo vediamo nel crescente tasso di catastrofi naturali”. “Dobbiamo evitare di avere un pianeta non assicurabile”.