Gli scheletri nell’armadio dell’industria della moda e il futuro “green”

Giovani donne indossano cappelli verdi e gialli durante la tradizionale Catherinette a Parigi. EPA/IAN LANGSDON

Il ‘Greenwashing’ è una pratica dilagante soprattutto nel settore delle vendite online, secondo le autorità per la protezione dei consumatori.

Molti degli annunci sui prodotti “green” sui siti web delle aziende sono esagerati o addirittura falsi, e dunque potenzialmente illegali. È quanto emerge da uno studio condotto dalla Commissione europea e dalle autorità nazionali per la protezione dei consumatori.
I consumatori europei sono sempre più attenti alle questioni ambientali e richiedono beni più sostenibili. Per rispondere a questa domanda il numero di rivendicazioni green fatte dalle aziende sta aumentando ma spesso si tratta solo di “greenwashing”. È una vera e propria strategia di marketing: le aziende presentano i loro prodotti come sostenibili solo per conquistare gli acquirenti.

Lo studio ha valutato 344 affermazioni di sostenibilità “apparentemente dubbie” e il dato interessante è che la maggior parte di esse vengono dall’industria dell’abbigliamento e del tessile, dei cosmetici e della cura personale, oltre che degli elettrodomestici.
Quando pensiamo alle industrie che hanno un impatto fortissimo sul cambiamento climatico ci vengono in mente l’industria della carne e quella del petrolio, e quando pensiamo ai nostri comportamenti individuali riflettiamo sull’inquinamento causato dai nostri viaggi in aereo anziché pensare a cosa teniamo nell’armadio. Eppure a livello globale la moda è responsabile del 10% delle emissioni di carbonio.

Gli scheletri nell’armadio, è proprio il caso di dirlo, in questo settore sono parecchi: tra la moltitudine di collezioni estive e invernali, per produrre un’enorme quantità di vestiti a prezzi accessibili, i rivenditori si affidano a tessuti petrolchimici (fatti da materiali sintetici come il nylon o il poliestere)  fibre cellulosiche (derivati da materiali vegetali come il rayon o la viscosa) e fibre naturali ( come il cotone e il lino).
Da un lato le fibre naturali più costose ma considerate comunemente sostenibili consumano in realtà ingenti quantità di acqua, basti pensare che una T-shirt di cotone lungo tutto il suo processo produttivo consuma mediamente fino a 27000 litri di acqua e contribuisce all’inquinamento di falde acquifere e distruzione di ecosistemi a causa del largo uso di pesticidi e fertilizzanti richiesti dalla sua coltivazione.
Dall’altro lato i tessuti artificiali di origine petrolchimica che hanno contribuito ad invadere i nostri oceani di microplastiche, e quelli a base vegetale che sono stati originariamente commercializzati come un’opzione alternativa ed ecologica ai tessuti a base di plastica ma in realtà non hanno migliorato le cose: hanno contribuito alla deforestazione di massa, in particolare nelle antiche foreste pluviali, dove circa 150 milioni di alberi vengono abbattuti ogni anno in nome della moda,
In più, i grandi i marchi esternalizzano la produzione in Africa e in Asia, dove anche i capi di lusso sono prepararti in condizioni lavorative orribili.

In questo quadro in cui la pandemia da COVID- 19  ha messo a nudo i limiti e le contraddizioni del sistema moda, la domanda dei consumatori si indirizza sempre di più verso la sostenibilità e il “greenwashing”  dilaga si rende necessaria una tracciabilità e trasparenza della catena produttiva della moda: in questa direzione si stanno orizzontando, tra gli altri, gli studi della commissione economica delle Nazioni unite per l’Europa in collaborazione con attori chiave del sistema moda con il progetto Traceability for Sustainable Garment and Footwear finanziato dalla commissione Europea. 

In tutto questo, la crisi da COVID-19 sta avendo un duplice effetto: da un lato l’industria della moda, tra catene di fornitura interrotte, negozi chiusi e diminuzione della spesa dei consumatori, ha visto un calo dei profitti a livello mondiale pari al 93%; dall’altro lato l’attenzione dei consumatori verso forme di moda più verdi e locali è cresciuta in maniera significativa. È quello che scrive Mariam Harutyunyan su Euractiv.com.